Lo chiamava il giorno di San Bartolomeo, Scanderbeg, tuo padre, ma era
il 29 ottobre, e chi lo può scordare quel giorno maledetto?,
col cielo gravido di nuvoloni neri, come in lutto, pronto per piangere.
E lui era partito di mattina presto per andare a seminare la sua quota
di terra a Maradea. Gli altri contadini, con i muli o a piedi, arrivarono
due ore dopo, ma Scanderbeg già non era più lì,
aveva finito e ora correva verso Crotone per incontrarsi con i dirigenti
della Federazione. Mi disse che cominciò a goccioliàre
poco prima che entrasse a Torre Melissa, il mare alla sua sinistra era
grigio e rumoroso, pareva un vecchio che si lamenta per un dolore insopportabile.
Davanti all'azienda di Berlingieri vide parcheggiate tante camionette
della polizia e subito capì. Accelerò più che poteva
e invece di proseguire dritto per Crotone, svoltò a destra, s'inerpicò
lungo la strada in salita e arrivò a Fragalà bagnato fradicio,
prima di loro. Cominciò a gridare: "Arrivano, bisogna scappare,
ci sono decine di camionette, sono malintenzionati, sono in tanti".
Ma prima che si spargesse la voce, prima che se ne andassero, "perché
tanto", dicevano, "sta piovendo, comunque grazie, Scanderbeg,
grazie", sbucarono i diavoli armati fino ai denti. Li circondarono
puntando i mitra ad altezza d'uomo e una parte di loro si nascose dietro
una collinetta per ripararsi dai colpi che sarebbero piovuti, ma pioveva
solo acqua dal cielo, gocce sottili che i diavoli non rinsavirono. Bel
coraggio! I contadini avevano in mano solo zappe. E non sospettavano
di niente. Nessun presentimento. Niente.
C'era il maresciallo che tutti conoscevano, anche Scanderbeg, fu lui
a parlare e non il capo della polizia che pure era là, fu lui
con la pistola in mano, che tante volte aveva minacciato gli occupanti
del Marchesato: "Farò venire la notte di San Bartolomeo,
ve ne pentirete della vostra testa dura". Disse parole che aveva
imparato a memoria per provocare una strage a Melissa, per dare una
lezione a tutti i contadini di quella terra infame, che non stavano
nelle loro scarpe, secondo lui, che occupavano la terra dei proprietari
legittimi, e questo la legge non lo ammette. Dunque parlò con
la sua voce squillante, anzi urlò e non disse: ora basta, andatevene
a casa. Disse: "Allora non volete smettere?". E una donna
minuta, coraggiosa, gridò: "Vogliamo pane e lavoro",
e la folla applaudì: "Vogliamo pane e lavoro, viva la polizia,
pane e lavoro". Erano questi i colpi da temere? gli applausi, le
grida giuste? Scanderbeg non si diede pace per tutta la notte. Le grida
rimbombavano nella valle, "pane lavoro pane lavoro", e poi
un colpo improvviso di pistola del maresciallo che fu sentito pure dalle
campagne di Hora, che ammutolì i presenti, gli uccelli, gli asini.
Pochi secondi, non di più, il tempo che l'eco incredula risalisse
dal burrone, durò un silenzio assoluto, come la fine del mondo.
Poi, l'inferno. Mitragliate pistolettate bombe a mano e colpi secchi
di manganelli sulle teste, alle ginocchia, sulle schiene. I contadini
non sapevano da quale parte scappare, se scappavano, erano circondati,
i diavoli sparavano dall'alto, sparavano ai ragazzi, alle donne, agli
uomini, agli asini. Fumo. Il fumo dell'inferno. E dentro, gente senza
colpe. Stavano lavorando una terra incolta, era tutto regolare, c'era
una legge fatta da un ministro comunista di nome Gullo, che gliela concedeva,
avevano fondato una cooperativa come a Hora, tutto regolare, nessuna
colpa, Fragalà la potevano coltivare, ma Berlingieri non mollava
un centimetro di terra, la dava in affitto, che i contadini morissero
di fame, a Fragalà mangiavano l'erba secca le vacche.
Quando la pioggia lavò via il fumo, i diavoli non pensarono ai
feriti, non pensarono ai morti, arrestarono una quindicina di contadini
e a piedi li portarono lungo la fiumara, ammanettati come ladri, fino
alla strada principale. Avevano paura i diavoli vigliacchi che gli occupanti
avvisassero la popolazione e la popolazione potesse schiacciarli, ma
gli occupanti soccorrevano i feriti, Scanderbeg fece tre viaggi all'ospedale
di Crotone, perché i feriti erano almeno venti, alcuni in fin
di vita o morti, in quella confusione, in quel coro di pianti e di rabbia,
non si capiva niente, e l'ambulanza mandata in soccorso, una sola. A
sera tarda Scanderbeg tornò a casa distrutto. Non l'avevo mai
visto così, piangeva senza lacrime, cioè parlava col singhiozzo
del pianto, ma i suoi occhi neri erano asciutti, era un lamento che
ti spezzava il cuore. Vedeva davanti agli occhi il ragazzo sventrato
da una raffica di mitra con gli intestini penzoloni e gridava le stesse
parole del padre che gli stava accanto: "Vigliacchi, uccidete pure
i ragazzi, aveva diciott'anni, vigliacchi". Vedeva l'uomo cadere
inginocchiato con le mani che stringevano la terra incolta, con lo sguardo
di chi si è perso per sempre e non sa dove e perché, e
gridava le parole del fratello disperato: "Non ci hanno ammazzati
in guerra e mo' ci ammazzate a casa nostra". E poi la donna con
la pancia inzuppata di sangue e un uomo in lacrime che le diceva: "Ti
prego non morire, non morire". E gli asini, che ragliavano il loro
dolore, strusciavano sul fango le loro carni squarciate dalle bombe
a mano. Pianse Scanderbeg senza lacrime, con la testa sulle mie ginocchia,
e gridò le parole sentite come in un incubo.
Quando i galli del vicolo cantarono ignari del dolore del giorno, lui
si buttò un po' di acqua sugli occhi e con la faccia nera di
barba andò a prendere la sua moto.
"Non avrò più pace", disse prima di uscire,
"finché non vedrò il mondo capovolto".