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Associazione Prometheus

Incontro con Umberto Fiori

Voglio prima di tutto ringraziare, a nome di tutta l'Associazione Culturale di cui faccio parte, la Prometheus, con la quale ho organizzato questo settembre la nostra prima manifestazione letteraria che ho intitolato "Alla scoperta della voce", della quale l'Autore è stato apprezzatissimo ospite, voglio appunto ringraziare il poeta ligure (ma ormai naturalizzato milanese) Umberto Fiori, che ha letto ed ha acconsentito alla messa in voce su Voices di una scelta, a nostro gusto esclusivo, di alcune sue poesie tratte dai tre libri che ha finora pubblicati (tutti per Marcos y Marcos) - i quali sono: "Esempi" del 1992, "Chiarimenti" del 1995 e "Tutti" del 1998.

Ricordo che acquistai il suo ultimo libro edito, all'incirca due anni fa; dunque era già uscito da più un anno: e mi stupì subito, in modo incredibilmente favorevole, quella sua maniera, per me del tutto nuova prima di legger le sue liriche, di utilizzare in esse solamente parole comunissime, non eccedendo mai oltre la linea media, anzi umile, di quello che viene normalmente definito come il 'parlato quotidiano' - ponendo insieme a cardine della sua poesia, e della sua poetica, la più semplice e popolare similitudine, il paragone insomma, al posto della ben più complessa e raffinata metafora; infatti, l'elemento portante nella tessitura usuale-parlata dei versi di Fiori, dove le cose quotidiane e le persone stesse si accampano solitarie ed esemplari nel loro semplice mistero, senza veli e pur profondo, è la similitudine con effetto straniante-evidienziante - e spesso anche straziante - usata dall'Autore per far trapelare attraverso di essa un po' di quel mistero (invisibile, ma per troppa trasparenza) fuori dall'altrimenti in apparenza piatta crosta della realtà di tutti i giorni.

A ciò, come ci ha spiegato Egli stesso nell'interessantissima conversazione successiva alla sua lettura, l'Autore è arrivato dopo una formazione sul 'modernismo' in poesia, che primeggiava negli anni in cui iniziava a scrivere: esso persegue il linguaggio come valore aggiunto, al di là della semplice comunicazione - Fiori perviene, dunque, alla sua vera lingua di poesia dopo aver superato la metaforizzazione generale e incontrollata che dilagava nel Novecento: "perché nella poesia novecentesca le cose non si son mai potute presentare così come sono realmente".

L'aspetto puramente letterario ed artistico della poesia, ad un certo punto, non lo convinse più: sentiva la mancanza, nel suo modo di scrivere, di un elemento etico - tutto, nel Novecento, gli sembrava concentrato sugli aspetti estetici e letterari della scrittura: "come se tutto funzionasse per intelligenza e per saper manipolare il linguaggio al fine di produrre degli effetti speciali"; dopo un momento di crisi, anche personale, esistenziale, si è infine trovato a decidere di produrre "la poesia come una sottrazione, anziché come una aggiunta: affrontando le parole di tutti, le parole comuni".

Ma subentrò allora un altro problema: la sua attrazione per la naturale musicalità del parlato, e la riproduzione di tale musicalità in poesia, era pur sempre un'operazione sterile, del tutto letteraria - allora s'accorse che il suo interesse per il parlato si dirigeva, più che sul suo aspetto di mero registro utilizzabile in poesia, verso la riflessione sulla lingua, sulla 'comunicazione' però intesa in senso forte; cioè sul fatto che noi ci capiamo: "perché questo è il vero mistero: non che ci sia la poesia, ma che noi ci capiamo, o crediamo di capire (che poi è la stessa cosa), anche se nella forma del fraintendimento".

Successivamente, leggendo Wittgenstein, fu attratto dalla sua scrittura filosofica molto lineare, a volte dall'apparenza quasi banale, come fosse una scritta su un muro o una frase da bar: tuttavia in essa c'erano dei veri abissi di comprensione - era dunque possibile dire cose profondissime nel modo più semplice possibile: e si convinse così che "nella trasparenza del linguaggio quotidiano c'è un mistero molto profondo, infinito: ed esso è tutto da scoprire"; in tal modo è iniziata la sua autentica avventura poetica.

A spiegazione d'una mia domanda sulle sue ben particolari caratteristiche stilistiche, specie per quanto riguarda l'uso preminente (se non del tutto esclusivo) e straniante della similitudine, che apre davvero dei nuovi mondi all'interno di questo nostro stesso mondo, del quale l'Autore ci parla nelle sue poesie e che è poi il mondo comune, quello in cui ciascuno di noi vive, Egli ci espone una considerazione davvero illuminante: "nella similitudine si ha una doppia chiarezza - ci dice -: è come una bilancia in cui i due piatti sono uniti, dove da una parte c'è mondo, e dall'altra c'è ancora mondo; senza effetto di sovrapposizione o sfumato, come accade nella metafora".

Fondamentale fu, per lui, la lettura dello studio su Dante di Osip Madelštam, "La quarta prosa": vi si esamina una similitudine dantesca dell'Inferno (dove s'introduce il canto dell'VIII bolgia con un articolato paragone in cui un contadino osserva la sua terra dopo il lavoro del giorno etc.) - qui in particolare, e in tutto Dante in generale, la similitudine non è affatto meramente funzionale alla descrizione del suo referente esterno, ovvero l'VIII bolgia: "Dante, in realtà, non ha come cosa caratteristica l'effetto poetico, ma la straordinaria osservazione per la realtà: e un amore infinito per la realtà, in tutti i suoi aspetti" - c'è mondo in quella scena della metafora del contadino come anche nel suo referente, che è appunto la bolgia VIII; così accade anche in Sbarbaro, per cui la cosa da dire è più importante dell'effetto poetico: a costo di scrivere dei versi indubitabilmente 'brutti'.

Si vede, così, come per Umberto Fiori: "La poesia nasce dal mondo, cioè nasce da una fedeltà al mondo: non dall'idea di artisticizzare il mondo ma dall'idea che il mondo è lì, e che è talmente bello che bisognerebbe riuscire a dirlo proprio così com'è - la similitudine, in un certo senso, si mette allo scoperto, perché dice: io vi sto parlando del mondo, lo vedete voi e lo vedo io; io lo vedo così, cioè la mia fedeltà al mondo è questa: vi offro la mia esperienza del mondo e, se la condividete, questa è la poesia; cioè quello che ci mette in comune, che ci fa vedere (o credere di vedere) le stesse cose, che ci fa (credere di) capire la stessa cosa quando diciamo le stesse parole".

"Noi italiani - prosegue poi l'Autore, con una pertinente divagazione sulla nostra tradizione linguistica - ereditiamo (molto più che negli altri paesi) una lingua artificiale, un italiano letterario che nessuno ha mai parlato perché tutti parlavano dialetto: l'italiano è una lingua nata nella pagina scritta, che ha smesso di ascoltare il parlato, e che forse ricomincia ad ascoltarlo oggi"; e chiarisce poi, a favore e ad uso dei moltissimi poeti di cui è oggi soprattutto popolata l'Italia, che "la poesia non è una cosa in libertà assoluta, ma deve rendere conto alla prosa, alla ragione, al senso comune: o almeno deve avere un aggancio con questi - altrimenti è un mero soliloquio narcisistico"; infine, un cenno alle istituzioni: "La poesia ha a che fare con qualcosa di veramente sostanziale, che fa parte della nostra vita: questo dovrebbe essere insegnato nelle scuole - non il fatto tecnico, puramente estetico, stilistico, letterario".

Ho piacere di concludere, e di rilanciare il tutto, con queste parole dell'Autore a proposito del senso del suo scrivere, che credo rappresentativo della scrittura in modo del tutto condivisibile da chiunque vi si cimenti con la necessaria serietà: "Io credo che l'esperienza della poesia, la mia personale esperienza, è che questo valore in realtà non sia difendibile: chi arriva a scrivere davvero, sa che il valore di quel che fa non è in alcun modo dimostrabile - ed è forse proprio in questo momento che si comincia a scrivere sul serio: perché è l'esperienza che è poetica, non è il riconoscimento di essa nelle tue poesie - scrivere significa essere responsabile di questa disperazione: quindi superare questa fase e arrivare a un discorso assoluto, che non pensa nemmeno a un riconoscimento futuro: anche perché il riconoscimento definitivo non ci sarà mai - perché la poesia non è in vista del riconoscimento, altrimenti è retorica in versi - la poesia autentica è un rischio assoluto, neanche solo artistico: esistenziale, personale - in tutti i poeti autentici c'è un rischio della vita, attraverso la parola: se non c'è questo, chi lo può dimostrare? La poesia è questo: una parola che non si può dimostrare, che non può fare monumento a se stessa".