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Io
e lei lo sappiamo: l'acqua è il cielo per chi sa guardarla o è
ancora abbastanza bambino per stupirsi. Ha gli stessi spazi indefiniti,
le profondità e le correnti, le prospettive deformanti e le luci
ambrate che cambiano ad ogni distrazione del vento.
Intorno a lei è il blu e, come in cielo, sembra che Fulvia voli
senza peso.
Niente gravità mentre si avvita nell'enorme vasca. Gira lenta su
se stessa.
Lavora, dice di queste serate, ma la guardo dal mio angolo buio e tutti
e due sappiamo che invece fa l'amore.
Si sposta attraverso l'acqua che continua per metri sopra di lei lasciandosi
dietro solo piccole bollicine che sembrano di sapone a chi la osserva
volare in quell'aria liquida.
Il bambino stasera sono io. Mi siedo sulla moquette azzurra davanti alla
lunga parete traslucida e mi concentro su ogni suo gesto. L'acqua non
c'è,la gravità neppure, c'è il blu e Fulvia. E tra
di noi tanti strati.
Strati che ci dividono per impedirmi ancora di riconoscerla dall'odore.
Tre centimetri di vetro antisfondamento made in Germany trasportati sin
quaggiù per fare da scrigno ad un angelo sottomarino; 17.000 litri
d'acqua a temperatura controllata, azotata e ossigenata con tolleranze
da laboratorio farmaceutico che sono libere di fasciarla, bagnarla, fin
sotto la muta. La muta, una seconda pelle, un petalo scuro insapore intorno
ad un cuore da
succhiare, 5 millimetri di poliuretano, anallergica, con un rivestimento
interno in cotone egiziano, che aderisce come un guanto ai suoi fianchi
e alle curve decise delle sue spalle.
Sotto, lo so, c'è quel costume azzurro che segue con scivolate
elastiche la sua pelle, a contatto con il sogno delle mie mani.
Per un attimo penso che così coperta potrebbe sembrare una bambola
di gomma nera senz'anima ma poi mi abbaglia con la poca pelle a cui consente
di bagnarsi: le labbra trasformate dall'erogatore in una parodia scimmiesca,
mani che sembrano più bianche di come le ricordavo posate su di
me.
So che gli strati che ci separano continuano anche sotto il costume, non
così difficile da togliere, dentro il blu dei suoi occhi non così
difficile da cogliere, in quel sorriso non così difficile da separare
da passato e futuro per lasciarsi inseguire in un corridoio qualunque
in una camera qualunque dove la luce è abbastanza per riconoscersi
ma non basta mai ad illuminare ogni desiderio degli occhi.
Il costume che non vedo con le aderenze bagnate che lasciano immaginare
l'ovvio è quello che tutti vedono quando non si immerge, liquida
e volante, ma si limita a giocare con i delfini rimanendo sul bordo della
vasca.
Eccolo, uno dei due, quello più piccolo. Scivola silenzioso, affusolato
e lucido, grigio sfumato al nero, col muso appuntito in uno spuntone che
sembra un rostro, un becco, l'avvisaglia di una inaspettata massa muscolare.
Con falsa disinvoltura intreccia la sua traiettoria aerea attratto dalle
sforbiciate quiete delle gambe di Fulvia.
Due colpi decisi frustati dalle cosce e si è spostata più
al centro di questo anfiteatro di vetro e cemento.
Forse lui ne sente l'odore anche nell'acqua. E' nervoso; lento sposta
la testa verso di me e poi guizza sotto di lei. Lo guardo male ma non
mi considera; non è espressivo, è quasi assente, un occhio
spento come un alibi posticcio ai suoi settanta chili mammiferi sempre
fisicamente presenti.
Mi avvicino al vetro per non lasciargli l'esclusiva. Conosco più
di lui quell'odore, almeno perché ho cominciato prima di lui ad
avvicinarmi. E' un flusso radioattivo che non la lascia mai, non rinuncia
a stuzzicarmi anche quando vorrei evitare di sentirmi coinvolto.
Freddo e liscio il vetro schiaccia la mia fronte e immagino che, da dentro,
lei veda i miei occhi bozzuti e deformati come attraverso il fondo di
una damigiana: ma non mi guarda. Non mi guarda mai quando è con
loro.
Quando è dentro non si volta mai; so, me lo ha detto lei, che quando
le nuotano così vicini ne ha paura, li eccita, si gode attenzioni
che poche sulla terra possono provare: io posso avere anche altre donne,
loro no, lei sa di essere praticamente l'unica.
Li capisco. Ancor di più ora che sono diventati due; l'altro, quello
grosso, plana verso di lei con le pinne aperte che come piccole ali gli
danno la rotta. Con un gesto lento, Fulvia alza il pugno verso il suo
muso e lui scarta a sinistra dandole il ventre, l'unica parte bianca che,
a parte il
pene eretto come un timone, sembra più morbida della corazza grigia
metallizzata che lo avvolge dappertutto.
Il pugno chiuso di Fulvia è il segnale che hanno concordato per
giocare assieme e la trasforma in una specie di divinità subacquea,
una scura icona castrista, abituata a dettare le regole del corteggiamento.
Lui sembra impazzito; le gira attorno con traiettorie sempre più
ampie e poi con un colpo di coda schizza oltre il cielo liquido, uscendo,
in alto, perforando quella coltre di nubi che copre i loro giochi.
Sono schiacciato contro il vetro ma quell'aria liquida comincia sempre
3 centimetri più oltre.
Non riesco mai a volare con lei, c'è sempre questo vetro che ci
separa. Il delfino più grosso gira veloce, mi passa davanti, vuole
impedirmi di vedere, mentre l'altro è quasi fermo alle sue spalle,
quasi appoggiato alla sua schiena. Picchio sul vetro, prima con le nocche
per capire se lei può
sentirmi, poi con tutto il palmo, forte, per disturbare quel bestione
posato su di lei.
Fulvia gira lenta lo sguardo e lo osserva appoggiato sul suo collo. Né
lei, né i due animali mi considerano. La vasca non ha ingressi.
Fulvia neppure.
Almeno quella muta la sigilla dappertutto e non c'è spazio per
le strane pinne o altro di quelle bestie che volano e nuotano, così
come non ce n'è mai stato per le mie mani e per le mie parole.
Picchio ancora e grido "Fulvia" tante volte quante sono i colpi
contro il vetro. Devono smetterla.
Non c'è ingresso in Fulvia, mai, neppure quando è lei che
ti avvolge e si chiude su di te.
Quando me ne sono accorto era tardi: ero già annegato dentro di
lei.
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