Regala questo racconto a qualcuno > e-mail <
@2001 Voices.it

 

Volare
Autore
Andrea Pugliese
Voce
Walter Salin
 
Download MP3 di VolareStreaming audio di Volare
Andrea
Pugliese
Walter
Salin
 

 

Io e lei lo sappiamo: l'acqua è il cielo per chi sa guardarla o è ancora abbastanza bambino per stupirsi. Ha gli stessi spazi indefiniti, le profondità e le correnti, le prospettive deformanti e le luci ambrate che cambiano ad ogni distrazione del vento.
Intorno a lei è il blu e, come in cielo, sembra che Fulvia voli senza peso.
Niente gravità mentre si avvita nell'enorme vasca. Gira lenta su se stessa.
Lavora, dice di queste serate, ma la guardo dal mio angolo buio e tutti e due sappiamo che invece fa l'amore.
Si sposta attraverso l'acqua che continua per metri sopra di lei lasciandosi dietro solo piccole bollicine che sembrano di sapone a chi la osserva volare in quell'aria liquida.
Il bambino stasera sono io. Mi siedo sulla moquette azzurra davanti alla lunga parete traslucida e mi concentro su ogni suo gesto. L'acqua non c'è,la gravità neppure, c'è il blu e Fulvia. E tra di noi tanti strati.
Strati che ci dividono per impedirmi ancora di riconoscerla dall'odore.
Tre centimetri di vetro antisfondamento made in Germany trasportati sin quaggiù per fare da scrigno ad un angelo sottomarino; 17.000 litri d'acqua a temperatura controllata, azotata e ossigenata con tolleranze da laboratorio farmaceutico che sono libere di fasciarla, bagnarla, fin sotto la muta. La muta, una seconda pelle, un petalo scuro insapore intorno ad un cuore da
succhiare, 5 millimetri di poliuretano, anallergica, con un rivestimento interno in cotone egiziano, che aderisce come un guanto ai suoi fianchi e alle curve decise delle sue spalle.
Sotto, lo so, c'è quel costume azzurro che segue con scivolate elastiche la sua pelle, a contatto con il sogno delle mie mani.
Per un attimo penso che così coperta potrebbe sembrare una bambola di gomma nera senz'anima ma poi mi abbaglia con la poca pelle a cui consente di bagnarsi: le labbra trasformate dall'erogatore in una parodia scimmiesca, mani che sembrano più bianche di come le ricordavo posate su di me.
So che gli strati che ci separano continuano anche sotto il costume, non così difficile da togliere, dentro il blu dei suoi occhi non così difficile da cogliere, in quel sorriso non così difficile da separare da passato e futuro per lasciarsi inseguire in un corridoio qualunque in una camera qualunque dove la luce è abbastanza per riconoscersi ma non basta mai ad illuminare ogni desiderio degli occhi.
Il costume che non vedo con le aderenze bagnate che lasciano immaginare l'ovvio è quello che tutti vedono quando non si immerge, liquida e volante, ma si limita a giocare con i delfini rimanendo sul bordo della vasca.
Eccolo, uno dei due, quello più piccolo. Scivola silenzioso, affusolato e lucido, grigio sfumato al nero, col muso appuntito in uno spuntone che sembra un rostro, un becco, l'avvisaglia di una inaspettata massa muscolare.
Con falsa disinvoltura intreccia la sua traiettoria aerea attratto dalle sforbiciate quiete delle gambe di Fulvia.
Due colpi decisi frustati dalle cosce e si è spostata più al centro di questo anfiteatro di vetro e cemento.
Forse lui ne sente l'odore anche nell'acqua. E' nervoso; lento sposta la testa verso di me e poi guizza sotto di lei. Lo guardo male ma non mi considera; non è espressivo, è quasi assente, un occhio spento come un alibi posticcio ai suoi settanta chili mammiferi sempre fisicamente presenti.
Mi avvicino al vetro per non lasciargli l'esclusiva. Conosco più di lui quell'odore, almeno perché ho cominciato prima di lui ad avvicinarmi. E' un flusso radioattivo che non la lascia mai, non rinuncia a stuzzicarmi anche quando vorrei evitare di sentirmi coinvolto.
Freddo e liscio il vetro schiaccia la mia fronte e immagino che, da dentro, lei veda i miei occhi bozzuti e deformati come attraverso il fondo di una damigiana: ma non mi guarda. Non mi guarda mai quando è con loro.
Quando è dentro non si volta mai; so, me lo ha detto lei, che quando le nuotano così vicini ne ha paura, li eccita, si gode attenzioni che poche sulla terra possono provare: io posso avere anche altre donne, loro no, lei sa di essere praticamente l'unica.
Li capisco. Ancor di più ora che sono diventati due; l'altro, quello grosso, plana verso di lei con le pinne aperte che come piccole ali gli danno la rotta. Con un gesto lento, Fulvia alza il pugno verso il suo muso e lui scarta a sinistra dandole il ventre, l'unica parte bianca che, a parte il
pene eretto come un timone, sembra più morbida della corazza grigia metallizzata che lo avvolge dappertutto.
Il pugno chiuso di Fulvia è il segnale che hanno concordato per giocare assieme e la trasforma in una specie di divinità subacquea, una scura icona castrista, abituata a dettare le regole del corteggiamento.
Lui sembra impazzito; le gira attorno con traiettorie sempre più ampie e poi con un colpo di coda schizza oltre il cielo liquido, uscendo, in alto, perforando quella coltre di nubi che copre i loro giochi.
Sono schiacciato contro il vetro ma quell'aria liquida comincia sempre 3 centimetri più oltre.
Non riesco mai a volare con lei, c'è sempre questo vetro che ci separa. Il delfino più grosso gira veloce, mi passa davanti, vuole impedirmi di vedere, mentre l'altro è quasi fermo alle sue spalle, quasi appoggiato alla sua schiena. Picchio sul vetro, prima con le nocche per capire se lei può
sentirmi, poi con tutto il palmo, forte, per disturbare quel bestione posato su di lei.
Fulvia gira lenta lo sguardo e lo osserva appoggiato sul suo collo. Né lei, né i due animali mi considerano. La vasca non ha ingressi. Fulvia neppure.
Almeno quella muta la sigilla dappertutto e non c'è spazio per le strane pinne o altro di quelle bestie che volano e nuotano, così come non ce n'è mai stato per le mie mani e per le mie parole.
Picchio ancora e grido "Fulvia" tante volte quante sono i colpi contro il vetro. Devono smetterla.
Non c'è ingresso in Fulvia, mai, neppure quando è lei che ti avvolge e si chiude su di te.
Quando me ne sono accorto era tardi: ero già annegato dentro di lei.