Mirella
Floris
Tutto è cambiato
di Mirella Floris
Ora la guerra "è". Può essere la terza guerra mondiale.
Ce ne sono
tutte le caratteristiche: il mondo intero è un obiettivo per i guerrieri
"islamisti" armati di temperini e tecnologia, un'alleanza mondiale
fa loro fronte con le
armi più sofisticate concepite dall'uomo.
Sconvolti,
inorriditi, ma soprattutto ... colti di sorpresa: così eravamo l'11
settembre
2001 di fronte al massacro americano..
Insieme
agli acciai delle Torri gemelle di New York e del Pentagono, fusi da una morte
ghignante, si liquefacevano le nostre certezze, la nostra weltanshauung, ogni
concezione precedente del mondo. Gli scenari della nostra immaginazione si
aggiravano come fantasmi; personaggi e storie, che credevamo di scrivere,
si
polverizzavano in atmosfere di inutilità.
Tutto cambiava,
tutto era da ripensare. La tentazione di chiudersi nel silenzio e nello
studio era forte, necessaria più d'ogni parola, scritta o pronunciata.
Appariva
fragilmente irreale la rocciosa supremazia del nostro sistema, materialistico
e
mercantile. I cosiddetti valori occidentali, superbamente ammantati di ipocrite
autoreferenze, mostravano la propria vacuità. Come "giganti dai
piedi d'argilla", essi
crollavano infranti da uno sconosciuto vento dell'est (e del sud) del mondo.
Soffiato con
l'urgenza della fame e della disperazione, forse creato dalla beffarda vendetta
di
sconosciute potenze, concorrenziali all'occidente, quel vento ci ha sorpresi
impreparati
a capire.
Cosa muove
al sacrificio d'ogni speranza, le giovani vite che si sacrificano nel fragore
degli attentati? Con quale sentire si preparano, ora dopo ora, alla rinuncia
d'ogni
futuro? Ci sorprende che questi tragici, lugubri, "eroi" siano vantati
da una poco
numerosa, ma potente, corrente islamica fondamentalista, che i loro atti di
morte non
nascano nell'impeto di una battaglia o nell'urgenza del pericolo, ma, covati
da una
chioccia matrigna, vengano preparati giorno dopo giorno nell'ombra della clandestinità.
Se pure
possiamo immaginare un fanatismo a noi inconsueto, un'irrazionale fiducia
in
ciò che noi chiamiamo "superstizione", pure ci colpisce la
spiritualità profonda che
accompagna i loro pensieri, le loro azioni, il loro immolarsi intrepido. Raccapricciamo
al fondamentalismo che li anima, certo sfruttato da altri non-eroi; forse
è inevitabile lo
scossone da essi portato a una distribuzione ineguale e tirannica delle risorse.
In ogni
caso, non possiamo non fermarci a riflettere, a interrogare le nostre coscienze,
a
chiedere a noi stessi approfondimenti nuovi, ricerche in direzioni diverse
da quelle che
muovevano i nostri interessi, che apparivano nei nostri scritti solo meno
d'un mese fa..
Tutto è cambiato.
Allora,
cosa fare? Dove, nella costruzione del nostro sistema di valori, l'errore?
Da
quale punto ripartire e, soprattutto, verso dove?
Ci sembrano
modesta "cagnara" le manifestazioni degli studenti e di poca efficacia,
anche se carichi di analisi, i movimenti antiglobal, emersi da qualche anno.
Ci
sentiamo paralizzati, inadeguati a continuare; ci appaiono inoperose le attività
sulle
quali ci siamo finora appassionati.
Così
la testimonianza del nostro "no alla guerra": dobbiamo urlarlo,
ma chi lo sentirà nel
fragore dei bombardamenti americani sull'Afghanistan? Nell'indignazione che
si sta
diffondendo nel mondo islamico (vedi la condanna dell'Iran, le manifestazioni
dei
popoli, l'incertezza dei traballanti governi filoamericani ...) tutto è
possibile. I nostri zefiri
pacifisti sembrano lievissimi, se paragonati ai ferrigni venti della guerra.
Cosa possiamo fare noi "intellettuali"?
Possiamo
mettere tutto tra parentesi, bollandolo col nome di "politica" -
affare un po'
maleodorante, oggi più che mai, per il nostro nobile naso da scrittori-
; possiamo far
finta di niente e continuare come prima, solo un po' meno convinti del nostro
fare; o
scansare ogni responsabilità, rifugiandoci in quel "deporre le
cetre alle fronde dei
salici"... Possiamo, invece, far lievitare il bisogno di confronto, di
riflessione; rifondare il
senso del nostro scrivere, dopo aver conosciuto e valutato la nuova condizione.
Può
darsi, infatti, che si debba rivedere il nostro stesso concetto di "cultura".
In ogni
caso, occorre studiare gli "altri", imparare a conoscere i loro
valori, anche per
contribuire a cambiarne gli aspetti irrazionali e oscurantisti. Possiamo usare
i mezzi di
comunicazione, ormai accessibili a tutti, per conoscerci e confrontarci. Sembra
che
non si possa sfuggire alla realtà.
S guerra
deve esserci, che sia guerra di idee!