remote - L. Cristiano

Il giorno che hanno ammazzato l'America.

Il giorno che hanno ammazzato l'America mi sono svegliato alle sette.
Ho preso un caffè e ho portato mia figlia dai nonni perché la scuola non è ancora iniziata, poi con mia moglie siamo andati al lavoro in ospedale.
Le strade pulite da un cielo limpido e solo un cenno di autunno nell'aria fredda; non molto traffico fino al centro di Milano.
Mattinata tranquilla, altri caffè bevuti davanti al PC, un lavoro da fare, e un appuntamento alle 12 in un altro Ospedale.
Quel giorno lì alle 12 io e mia moglie siamo andati a parlare col primario del Gaetano Pini, a pochi passi da dove lavoriamo, e sì l'operazione di mio padre è a rischio, ma non possono non farla; è fissata per l'indomani.
Accompagnandoci alla porta il primario sorrideva tranquillo, l'America, almeno per noi, era ancora viva.
Tornando al lavoro abbiamo pranzato seduti su un muretto.
Focaccia di Genova e grissini ai semi di papavero, acqua naturale, fredda, dodicimila lire in due.
In quei pochi momenti cercavo di trovare posto nel tempo per i giorni a venire, per gli impegni da affrontare e i posti dove avrei dovuto essere.
Avremmo diviso le cose con le sole risorse a nostra disposizione, noi stessi, e mia moglie diceva che saremmo riusciti a fare tutto, non c'era problema.
Io non so con esattezza quando l'hanno ammazzata, non mi sono accorto di niente, una riunione mi aveva portato via la testa e io non sapevo niente.
Dovevo fare altro posto nella mia vita per le cose dette nella riunione che si sommavano a mio padre e a mia figlia che cominciava la scuola da lì a due giorni, con le corse al patronato ACLI per certificare che mio padre non ha altri redditi oltre alla pensione minima e che non può presentarsi perché lo operano; con la macchina che deve fare la revisione e l'assicurazione da pagare.
Io non sapevo niente.
Io non lo sapevo che avevano ammazzato l'America, e che era già morta da un bel po’ di tempo nella testa di chi aveva deciso di farla fuori.
Me lo ha detto una collega e la rete era intasata e non vedevo il Corriere o La Repubblica o l'Ansa, e non ci credevo.
Allora ho acceso la radio, e sì, l'avevano ammazzata.
E per bene, con armi americane.
E l'hanno ammazzata davvero, perché non ci credo più all'America che era viva e forte come fosse predestinata ad esserlo.
Ineluttabilmente predestinata, fino a pochi minuti prima.
Il giorno dopo che hanno ammazzato l'America operano mio padre.
L'intervento è difficile, non sarò lì a vederlo entrare in sala operatoria.
I piccoli ordini alle cose nel mio mondo disordinato non prevedono la mia presenza prima, sarò lì alle 16 ad aspettare.
Oggi.
Non so cosa rimarrà di mio padre dopo l'intervento, tra la salute e la morte ci sono infinite sfumature.
E non so cosa rimarrà dell'America, di quella idea che avevo di lei.