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"a esser buoni si va in paradiso" mi diceva nonna. ma io che
nel paradiso troppo tardi ho smesso di credere, mi accorgo ora degli errori
fatti e dell'innocenza che ero e che adesso non sono più.
e i miei ricordi affiorano come da un libro 'Cuore' che si apre in una
qualsiasi delle pagine, delle storie, degli alunni, di quella classe.
di notte. questa.
di quando disegnavo le persone senza prospettiva. una gamba più
corta dell'altra e contavo fino a cinque le dita da mettere in quella
mano che si prolungava via dal braccio come un ramo secco d'inverno. e
poi le ricontavo per esserne sicuro perché "uno in più
non va bene".
di quando il tema "il mio compagno di banco" mi dava del filo
da torcere perché il mio compagno aveva una faccia morta e inespressiva
come una forma di ricotta buttata sul banco latticini. ma non potevo scriverne
male. lui era, come me, ansioso di sapere la mia impressione su di lui.
lo conoscevo da un giorno sì e no. e come potevo descriverlo, così.
i primi compromessi, i primi dopo la vita stessa.
e ricordo tutti quei temini improvvisati. "la mia domenica",
"le mie vacanze di Natale". tutte giornate passate a casa che
lì, inventavo. dovevo stare attento a non spararle troppo grosse.
e a quei maestri che non sapevano arrivare alla mia fantasia.
quando si è bambini tutto è diverso. l'albero può
essere anche viola e da qualche parte, esiste un fiore tutto verde con
lo stelo blu.
rivedo dei posti di allora che sembravano spaziosi e che ora sono poco
più di un buco. una volta riuscivo a nascondermi anche sotto al
letto e strisciare come un militare in trincea. oggi la pancia di birra
me lo impedisce. oggi mi blocco lì sotto e non vado più
da nessuna parte. un incastro a puzzle. un tassello. oggi sono un tassello
tra il letto e il pavimento.
e il gusto di nascondersi.
il gusto di farsi cercare senza sapere che già sanno dove sei.
o forse lo immagini ma non importa.
e quella palla che rimbalzava di compagnia dentro la camera e che prontamente
nascondevo all'urlo di mio padre. "troppo rumore. i vicini. rompi
qualcosa. sii grande, smettila con queste sciocchezze". quei sette
secondi per trovarle un posto non visibile mentre sentivo i suoi passi
quattro/quarti avanzare. quell'ombra di terrore. ma l'ho capito poi, cos'è
il terrore.
"sii grande".
i vestiti puliti e profumati che mia madre mi preparava sulla seggiola
in fondo al letto per il mattino dopo, fresco di colazione.
Oggi la mia colazione è una montatura di chi produce biscotti e
il mio vestirsi è un cospargersi di colla e infilarsi nell'armadio.
che così va bene. per me, va bene.
la tasca del grembiule quando si rompeva la penna. l'inchiostro che macchiava.
"il grembiule costa". la paura di tornare a casa con quella
cartella a forma di valigetta rettangolare con due cinghie da allacciare
in spalla e che pesava con i suoi sussidiari. la corsa verso casa prima
che rientrasse papà. i colpi di scarpa che sbattevano sul marciapiede
in discesa. "Gelsomina, speriamo che ci sia ancora". e la trovavo
appena in tempo, e faceva di tutto per pulirmi la macchia. passava il
sapone quasi a consumare i quadrettini bianchi e blu strettissimi tra
loro. e io pregavo Gesù che facesse qualcosa. che quando sei piccolo
Gesù ti serve anche per queste cose. per evitare le punizioni,
le botte.
che quando sei piccolo pensi che la Polizia esista solo per metterti in
'gabbia' appena fai qualcosa che ti hanno vietato i genitori, anche piccola.
non ci pensi ai rapinatori. quelle sono favole di altre città.
non della tua.
oggi Gesù è il frutto di un mitomane e il rapinatore ha
la tua macchina.
attendevo le feste di compleanno con impazienza. ma quelle degli altri.
erano sempre di sabato. pepsi, fanta e sprite. patatine e pop-corn il
gioco della bottiglia "che speriamo che Chiara mi dia un bacio almeno".
e il primo bacio venne. sulla guancia. l'incredulità del gesto.
del caso. che vorresti non fossero le sette e trenta perché alle
otto mi vengono a riprendere. un'altra opportunità. un'altra solo,
per sognarci su questa notte. dài. e vivevo di speranze. e oggi
la speranza è solo la mia più grande distrazione.
e oggi non ho attrazione per le donne. sempre più sofisticate.
sempre più preziose. sempre più 'grandi'. ne sento il profumo
mentre mi superano sotto i portici che vorrei accarezzarle i capelli e
dirle "fermati, fermati un po' qui". ma finisce lì perché
non cerco altro. non voglio altro.
il primo segno di barba. l'illusione di essere 'grande'. l'idea di una
basetta che possa darmi quella bellezza che non ho. quella attenzione
che vorrei per pareggiare con la mia goffaggine. e la faccio tutti i giorni.
anche due volte al giorno. "più la tagli e più si forma
e ricresce", mi dicevano.
oggi arrivo al quarto giorno della settimana e anche se mi pizzica il
collo rimando a domani. o poi. chissà.
il 'benino' riportato a casa firmato dal maestro in fondo alla pagina
di quaderno. e sei timbrato per il resto degli anni.
non è ironico?
Il 'gel' al supermercato. quello 'extra-forte'. il 'gel' piace alle ragazze.
il 'gel' ti fa ordinato. come vuoi tu. come vorresti diventare. o apparire.
"sembrare come".
Oggi mi pettina quello che ho sognato. che non ho nemmeno voglia di tagliarli.
tanto al "Bar del Porto" li conosco tutti. e anche se non li
conoscessi, la birra si fa bere lo stesso. bello o brutto che sono.
La mia casa. una volta avevo la mia casa. quella in cui avevo vissuto.
che mi aveva condiviso. oggi ho una mansarda piccola e stretta.
Come tutti i bambini volevo un cane. uno di quelli affettuosi che ti lecca
tutto e che come uno scemo va a riprenderti ogni cosa che gli lanci. ma
quella casa non era adatta "e il cane soffre". Ho sempre desiderato
un cane. come tutti i bambini soli lo desiderano.
Oggi ho una splendida gatta. e non per ripiego. semplicemente, mi rispecchio
nel loro carattere. fossi nato diversamente, sarei nato gatto. un gatto
nero. con la rogna, ma un gatto.
allora ero buono ma il tempo ti cambia idea. i giorni, la testa. l'esperienza
ti muta il percorso. esser buoni non serve.
la 'battuta' del personaggio d'occasione non ti umilia quanto i sorrisi
delle ragazze o della compagnia di turno che si sganascia per 'moda' contro
di te e a quindici anni certe cose non le capisci. e a quindici anni non
te la senti di affrontare un'intera flotta da solo. sai di perdere. da
subito. e cominci ad odiare certa gente. e poi vedi come va la vita. e
passano i mesi. e passano gli anni. e "ad esser buoni si diventa
fessi" diceva mio nonno.
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