Se
non dai via subito questa palla qualcuno te la schiaccerà sulla
caviglia.
Saranno
stelle di dolore nel migliore dei casi.
E
fischi che piovono dall’alto perché mancano una spruzzata di
minuti alla fine del gioco.
E
il compagno libero non ce l’hai.
Colpa
sua dei suoi polmoni sfiniti se lo schema non si chiude.
Ma
la palla che brucia balla tra i tuoi piedi.
La
danno a te quando la trama non trova sbocchi.
E
questa è la tua città dove nulla ti si perdona.
E
il muretto su cui facevi rimbalzare la palla più grande di te
è diventato d’incanto una muraglia impressionante di spalti.
Ci
sono migliaia d’occhi sgranati lassù.
E
pochi influenti manichini che mangiano parole di carta.
Lo
sai come fanno.
Ti
ossequiano e ti invitano.
Poi
ti prendono in giro per le parole che non sai mettere in fila.
Ti
conviene correre correre.
Scattare
oltre la muta dei pensieri che ti premono addosso.
Gettarti
a corpo morto sul muro dei centrocampisti che ringhiano.
Farti
largo a spintoni e prendere calci e sputi e apprezzamenti su tua madre.
Restare
in piedi alzare la testa e lanciare la palla laggiù dove t’è
sembrato di vedere che sta arrivando di corsa l’ala.
Corri
e fingi e lancia anche se non sei sicuro.
Tanto
l’odore dell’erba è uguale a quello di tutti i campetti del passato.
Ci
sono stati pomeriggi in cui non smettevi mai di calciarla quella pallaluna.
Solo
perché non avevi altri gesti da offrire alla piazzetta.
Solo
inciampi di labbra e risate che ti scuotevano.
E
musi di ragazza che se ne andavano a braccetto dei più navigati.
E
tu rosso dai contorni gialli fermi la corsa.
Palla
come luna come una stupida luna.
Proiettata
in un tempo vastissimo che solo tu adesso riesci a scorrere.
E
lei che torna verso di te su una traiettoria altissima incisa nel cielo
d’aprile.
Fanno
male gli occhi a guardarla.
Mentre
s’arrampica contro le nuvole e sfiora di carezza il disco del sole.
Intorno
l’istante immobile dei respiri sospesi.
Troppo
grandi loro.
Troppo
piccolo tu a cavallo di secondi che sgroppano come minuti.
La
palla ha oltrepassato il sole e cade lenta verso di te.
Luna
di un destino minore sul punto di precipitarti addosso.
Ci
sono venti metri e parecchi giocatori fra te e la rete morbida.
Se
non rialzi la testa non la prenderai mai.
Se
cerchi di fermarla adesso qualcuno di rabbia te la toglierà.
Non
sai come prenderla no non lo sai.
Non
sai come sarebbe stato avere i gesti e le parole giusti per mollare
la palla al muro.
E
andartene sottobraccio a quelle ragazze stordendoti di profumo.
E
forse non saresti qui.
A
sbilanciare piano il corpo per accoglierla ad aver paura di non incontrarla.
Ma
ancora l’odore dell’erba è uguale a quello di tutti i prati del
passato.
Lo
senti scivolare dentro fino a toccare una zona di te che non t’appartiene.
Mentre
la luna adesso è lì.
Fotogramma
isolato sul dorso del tuo piede.
E
tu respiri sul culmine di un’estasi.
Anni
e anni prima fino a pochi istanti dopo.
Ti
vedi correre incontro le stagioni nel sogno di un boato.
Il
resto è magia che scaglia la luna.
Occhi
lenti che la rincorrono.
E
intrecci di rete che si gonfiano di morbidezza.
Boato
e stupore.
Giallo
e rosso che schizza dalle tribune.
E’
gol Francesco.
Il
più incredibile.
Di
volo.