Lei stava lì.
Binario tre della stazione di una piccola città di provincia.
Binario tre, altre tre persone.
Il treno - lo sapeva - sarebbe stato grigio, squallido, non avrebbe
avuto nulla di speciale se non il fatto che se ne sarebbe andato un
po' più lontano.
Lei
stava lì. Al binario due un merci. Rotoli di ferro arrugginiti.
-
Mi scusi, mi sa dire l'ora? -
-
Le nove e venticinque -.
Inverno
padano che si incolla alle rotaie, che ingrigisce le pubblicità
dei panettoni appese ai muri. Cicche schiacciate sul marciapiede pestate
e ripestate all'infinito. Sputi catarrosi. Ossa che fremono.
Lei
è lì. Treno con ulteriore ritardo di cinque minuti. Imprecazione
trattenuta appena al di qua delle labbra serrate, tutte screpolate.
Il tamburo della cassa toracica batte il solito tamtam incessante (festa
in un villaggio d'Africa?).
Lei
è lì, con la sua borsetta in finta pelle e la sua giacca
in finta pelle. Gli occhi neri abissali. I pensieri: idem.
Il
treno sta arrivando. Non si vede: si sente perfettamente lo stridio
della lamiera all'incrocio dei cambi ferroviari. E' già abbastanza.
Avanti agli occhi di un niente, la riga gialla: non superare. (E se
la superassi?).
-
Signorina mi scusi, sta arrivando il treno, si deve spostare al di qua
della riga...-
Fumo
appeso alle dita nervose. Butta la cicca. Si: treno grigio vagamente
stile postmoderno coi graffiti multicolori. Aria fredda sbattuta in
faccia dai vagoni che transitano a velocità sostenuta. Poi sempre
più lenti, sempre più lenti.
Porte
che si aprono all'unisono. Negri, militari, uomini attempati con belle
ventiquattr'ore (di pelle), donne scialbe mal truccate, ragazzi chiassosi
coi loro zaini.
L'uomo
scende. Non la vede. Passo sicuro. Capelli grigi. Contrasto più
che evidente con quelli di lei scuri e cortissimi. Scende le scale del
sottopasso. Lei lo segue, gli appoggia una mano sulla spalla.
-
Ciao -
Si
scambiano un bacio sulle guance. Reprimono entrambi quel fiore che sta
loro sbocciando in gola.
-
Bentornato.