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Gordiano
Lupi |
remote -
L. Cristiano |
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Un
letto disfatto e pareti bianche, fuori il sole di sempre. E’ normale lasciarsi
andare ai pensieri da un letto d’ospedale. Ripercorrere il passato,
quello che è stato e soprattutto ciò che avrei potuto evitare. Andare
con la mente in un viaggio a ritroso nel tempo e accarezzare emozioni
lontane. Soprattutto perché adesso sono sola e intorno vedo solo medici
e infermieri. Non che mi manchi qualcosa. Tutti sono così gentili e ascoltano
ogni richiesta per compiacermi. Però devo guarire in fretta e tornare
quella d’un tempo, mio figlio Danilo mi attende e non può stare solo con
la nonna, a Toyo. Devo portarlo nella nostra casa di Luyanó. Ho soltanto
lui per compagno, da quando quell’italiano, che per un gioco del destino
è stato suo padre, mi ha abbandonato. Volevo essere io a decidere sul
futuro e ho scelto di vivere le luci della notte, che si specchiano sul
Malecón e fanno compagnia alla luna nei riflessi di acque torbide e nere.
Ho scelto le discoteche per turisti, i grandi e lussuosi hotel davanti
a case di povera gente. Questo è il mio mondo. Cavallerizza della vita.
E mi chiamano con disprezzo jinetera.
Le comari del quartiere mi guardano storto quando vesto gli abiti della notte e fuggo via
da un polveroso quotidiano. Attraverso la calzada delle quatros esquinas, poi prendo un taxi in
direzione della vita, indossando scarpe altissime e gonne corte dai colori
sgargianti. Che altro posso fare?
Ho solo un corpo da vendere e lo faccio fruttare bene. E’ l’unico modo
che conosco per dar da mangiare a un bambino di quattro anni che non ha
mai conosciuto suo padre. La mia unica vendetta è quella di vivere alle
spalle di gente come lui. Sono sempre io ad abbandonarli. Sono io che
decido quando è il momento di farla finita. Non mi innamoro mai. Non mi
innamoro più, da tempo. I sogni non attraversano le strade di queste notti
disperate condite d’avventura. Notti di sesso e strade scolpite da vento
caldo in ogni stagione. Balli e sudore sotto le stelle.
Mi chiamo Maria, ho
venticinque anni e vivo sola a Luyanó. Mia madre abita a Toyo e la vedo
quasi ogni giorno, soprattutto per lasciarle Danilo. E’ un bambino e non
lo voglio immischiare nella mia vita, in questi squallidi incontri dove
il sorriso è obbligato e l’amore soltanto finzione. Così lui sta spesso
con la nonna, in un palazzo davanti a un negozio di pane e dolciumi, sopra
un bel porticato stile coloniale screpolato da vento e incuria. Là trova
una famiglia normale e tanta gente che lo fa giocare. Ci sono i miei zii
e le cugine, un appartamento di tre stanze accoglie almeno tre famiglie
e c’è sempre allegria e rumore a ogni ora del giorno. Danilo va volentieri
dalla nonna. Sa che là può giocare a nascondino per le scale del palazzo
o farsi rincorrere in strada, dove non passano che poche auto su di un
fondo sconnesso. Ci sono ragazzi più
grandi che a volte rimediano una pelota e lui cerca di inserirsi nel gioco
in tutti i modi. E’ sveglio Danilo e non si stanca mai. Mia madre è ancora
giovane e sa come domarlo, forse più di quanto non riesca a fare io che
devo farmi perdonare troppe cose. Stiamo così poco insieme che quando
capita voglio solo assaporare il suo respiro lieve vicino al mio petto
e questo basta per rendermi felice. Tutto quello che faccio è per lui.
L’unico uomo della mia vita. Mia madre dice che sono
una bella ragazza e che gli uomini si innamorano di me soltanto a guardarmi passare. Credo che in parte
sia vero, perché quando voglio trovare compagnia per la notte non fatico
molto. E riesco anche a scegliere e a scoraggiare chi non mi va a genio.
Dicono che siano i miei occhi neri e il sorriso ad attrarre, ma anche
i lunghi capelli dello stesso colore che mi scendono liberi dietro le
spalle. Sono abbastanza alta e indosso gonne cortissime dai colori vivaci
che fanno risaltare le lunghe gambe. Gli uomini mi
mangiano con lo sguardo e poi qui la gente non te lo manda a dire
quando ti trova carina. Lanciano piropos
scherzosi e volgari che ti fanno arrossire e io rispondo con un sorriso
a tutti, tanto se non pagano se lo possono togliere dalla testa che mi
sprechi per loro. E un cubano non lo voglio neppure per regalo. Ubriaconi
e perdigiorno, non sanno fare altro. Vivono tra caffetteria e feste, corrono
dietro alla prima gonna che scopre le gambe un poco sopra il ginocchio,
tradiscono con leggerezza. E poi la donna per loro è poco più che un oggetto.
Non che gli stranieri
siano migliori ma almeno hanno i dollari in mano. Il cubano vive di espedienti,
piccole truffe ai danni dello stato, affari con turisti. E lo stato se
lo merita in fondo, perché la paga mensile per un lavoro normale non supera
i duecento pesos. Dieci dollari. E’ fondamentale arrangiarsi e inventare
qualcosa se si vuole mangiare. La mia fortuna è quella di possedere un
bel corpo. La mia unica ricchezza. Un corpo che mi ha sempre aiutato a
vivere e a superare momenti duri. Mi ha fatto anche illudere quando è
stato di quell’italiano che mi ha lasciato un figlio. A volte lo rivedo
specchiandomi negli occhi neri del mio bambino. Il suo nome era Franco
e pareva sincero. Non l’ho più visto dopo le tante promesse gettate al
vento e lui non ha mai conosciuto il bambino. Doveva portarmi via, lontano.
Dovevo andare a vivere con lui. E invece siamo rimasti soli, io e Danilo.
Lo stringo forte al petto e gli sussurro che per lui sarà diverso, di
sicuro. La vita cambierà e riusciremo a costruire un avvenire o almeno
spero, se no che senso avrebbe tutto ciò? La politica non mi ha
mai interessato. Le chiacchiere di Radio
Reloj e della Cubavision sono
acqua che corre tra canzoni di Manolin e Marc Anthony, tra una novela e un film. Niente di più. Alle
sei della sera, quando Fidel parla, di solito ho altro da fare e non m’incantano
le pause che confeziona ad arte tra parole studiate e convincenti. Non
mi appassionano le storie assurde che servono solo a far propaganda. Quando
è successo di Elian se ne parlava da mattina a sera, quasi fosse l’unico
nostro problema, come se i veri problemi non fossero altri. Ci hanno tolto
anche la dignità e il rispetto di noi stessi, possono portarci via anche
un bambino. E adesso sono in quest’ospedale
e dalla finestra una strada imbiancata di polvere accoglie ragazzini in
corsa, tra carcasse d’auto e palme che si lanciano a disegnare contorni
di cielo. Sola con i ricordi.
Piena di rimorsi e rimpianti. Tutto sarebbe potuto
andare diversamente. Io non sarei in una stanza del Mazorra a osservare un angusto ritaglio di cielo. Tanta gente sarebbe ancora viva, avrei un’amica accanto. Ma non si può cambiare il passato e allora non resta che ricordare. Ricordare e rimpiangere. | |||