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Edito da Prospettiva Editrice @2001 Voices.it

 

Il Giustiziere del Malecòn




Autore

Gordiano Lupi




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remote - L. Cristiano
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Gordiano
Lupi
remote -
L. Cristiano
Prospettiva Editrice 2002
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Un letto disfatto e pareti bianche, fuori il sole di sempre.

     E’ normale lasciarsi andare ai pensieri da un letto d’ospedale.     Ripercorrere il passato, quello che è stato e soprattutto ciò che avrei potuto evitare. Andare con la mente in un viaggio a ritroso nel tempo e accarezzare emozioni lontane. Soprattutto perché adesso sono sola e intorno vedo solo medici e infermieri. Non che mi manchi qualcosa. Tutti sono così gentili e ascoltano ogni richiesta per compiacermi. Però devo guarire in fretta e tornare quella d’un tempo, mio figlio Danilo mi attende e non può stare solo con la nonna, a Toyo. Devo portarlo nella nostra casa di Luyanó. Ho soltanto lui per compagno, da quando quell’italiano, che per un gioco del destino è stato suo padre, mi ha abbandonato. Volevo essere io a decidere sul futuro e ho scelto di vivere le luci della notte, che si specchiano sul Malecón e fanno compagnia alla luna nei riflessi di acque torbide e nere. Ho scelto le discoteche per turisti, i grandi e lussuosi hotel davanti a case di povera gente. Questo è il mio mondo. Cavallerizza della vita. E mi chiamano con disprezzo jinetera. Le comari del quartiere mi guardano storto quando  vesto gli abiti della notte e fuggo via da un polveroso quotidiano. Attraverso la calzada  delle quatros esquinas, poi prendo un taxi in direzione della vita, indossando scarpe altissime e gonne corte dai colori sgargianti.

     Che altro posso fare? Ho solo un corpo da vendere e lo faccio fruttare bene. E’ l’unico modo che conosco per dar da mangiare a un bambino di quattro anni che non ha mai conosciuto suo padre. La mia unica vendetta è quella di vivere alle spalle di gente come lui. Sono sempre io ad abbandonarli. Sono io che decido quando è il momento di farla finita. Non mi innamoro mai. Non mi innamoro più, da tempo. I sogni non attraversano le strade di queste notti disperate condite d’avventura. Notti di sesso e strade scolpite da vento caldo in ogni stagione. Balli e sudore sotto le stelle. 

     Mi chiamo Maria, ho venticinque anni e vivo sola a Luyanó. Mia madre abita a Toyo e la vedo quasi ogni giorno, soprattutto per lasciarle Danilo. E’ un bambino e non lo voglio immischiare nella mia vita, in questi squallidi incontri dove il sorriso è obbligato e l’amore soltanto finzione. Così lui sta spesso con la nonna, in un palazzo davanti a un negozio di pane e dolciumi, sopra un bel porticato stile coloniale screpolato da vento e incuria. Là trova una famiglia normale e tanta gente che lo fa giocare. Ci sono i miei zii e le cugine, un appartamento di tre stanze accoglie almeno tre famiglie e c’è sempre allegria e rumore a ogni ora del giorno. Danilo va volentieri dalla nonna. Sa che là può giocare a nascondino per le scale del palazzo o farsi rincorrere in strada, dove non passano che poche auto su di un fondo sconnesso.

     Ci sono ragazzi più grandi che a volte rimediano una pelota e lui cerca di inserirsi nel gioco in tutti i modi. E’ sveglio Danilo e non si stanca mai. Mia madre è ancora giovane e sa come domarlo, forse più di quanto non riesca a fare io che devo farmi perdonare troppe cose. Stiamo così poco insieme che quando capita voglio solo assaporare il suo respiro lieve vicino al mio petto e questo basta per rendermi felice. Tutto quello che faccio è per lui. L’unico uomo della mia vita.

     Mia madre dice che sono una bella ragazza e che gli uomini si innamorano di me soltanto  a guardarmi passare. Credo che in parte sia vero, perché quando voglio trovare compagnia per la notte non fatico molto. E riesco anche a scegliere e a scoraggiare chi non mi va a genio. Dicono che siano i miei occhi neri e il sorriso ad attrarre, ma anche i lunghi capelli dello stesso colore che mi scendono liberi dietro le spalle. Sono abbastanza alta e indosso gonne cortissime dai colori vivaci che fanno risaltare le lunghe gambe. Gli uomini mi  mangiano con lo sguardo e poi qui la gente non te lo manda a dire quando ti trova carina. Lanciano piropos scherzosi e volgari che ti fanno arrossire e io rispondo con un sorriso a tutti, tanto se non pagano se lo possono togliere dalla testa che mi sprechi per loro. E un cubano non lo voglio neppure per regalo. Ubriaconi e perdigiorno, non sanno fare altro. Vivono tra caffetteria e feste, corrono dietro alla prima gonna che scopre le gambe un poco sopra il ginocchio, tradiscono con leggerezza. E poi la donna per loro è poco più che un oggetto.

     Non che gli stranieri siano migliori ma almeno hanno i dollari in mano. Il cubano vive di espedienti, piccole truffe ai danni dello stato, affari con turisti. E lo stato se lo merita in fondo, perché la paga mensile per un lavoro normale non supera i duecento pesos. Dieci dollari. E’ fondamentale arrangiarsi e inventare qualcosa se si vuole mangiare. La mia fortuna è quella di possedere un bel corpo. La mia unica ricchezza. Un corpo che mi ha sempre aiutato a vivere e a superare momenti duri. Mi ha fatto anche illudere quando è stato di quell’italiano che mi ha lasciato un figlio. A volte lo rivedo specchiandomi negli occhi neri del mio bambino. Il suo nome era Franco e pareva sincero. Non l’ho più visto dopo le tante promesse gettate al vento e lui non ha mai conosciuto il bambino. Doveva portarmi via, lontano. Dovevo andare a vivere con lui. E invece siamo rimasti soli, io e Danilo. Lo stringo forte al petto e gli sussurro che per lui sarà diverso, di sicuro. La vita cambierà e riusciremo a costruire un avvenire o almeno spero, se no che senso avrebbe tutto ciò?

     La politica non mi ha mai interessato. Le chiacchiere di Radio Reloj e della Cubavision sono acqua che corre tra canzoni di Manolin e Marc Anthony, tra una novela e un film. Niente di più. Alle sei della sera, quando Fidel parla, di solito ho altro da fare e non m’incantano le pause che confeziona ad arte tra parole studiate e convincenti. Non mi appassionano le storie assurde che servono solo a far propaganda. Quando è successo di Elian se ne parlava da mattina a sera, quasi fosse l’unico nostro problema, come se i veri problemi non fossero altri. Ci hanno tolto anche la dignità e il rispetto di noi stessi, possono portarci via anche un bambino.

     E adesso sono in quest’ospedale e dalla finestra una strada imbiancata di polvere accoglie ragazzini in corsa, tra carcasse d’auto e palme che si lanciano a disegnare contorni di cielo.

     Sola con i ricordi. Piena di rimorsi e rimpianti.

     Tutto sarebbe potuto andare diversamente.

     Io non sarei in una stanza del Mazorra a osservare un angusto ritaglio di cielo. Tanta gente sarebbe ancora viva, avrei un’amica accanto. Ma non si può cambiare il passato e allora non resta che ricordare. Ricordare e rimpiangere.