Regala questo racconto a qualcuno > e-mail <

Guida di scrittura creativa di superEva@2001 Voices.it

 

Lo sguardo e il cielo


Autore

Mia Lecomte


Voce

Walter Salin
Opere in bronzo di
Marcello Pietrantoni

Parte prima Download MP3Streaming Audio
Parte seconda Download MP3Streaming Audio
Parte terza Download MP3Streaming Audio
Mia
Lecomte
Walter
Salin
Annamaria Manna Intervista di A. Manna

 

                                                                                                                                                     "..Vita se dura non è più che il lento

                                                                                                                                                       districarsi l'una dall'altra d'anime

                                                                                                                                                                          all'uscita del labirinto.."

                                                                                                                                                                                                 (Mario Luzi)

 

 

Opera in bronzo di Marcello Pierantoni Download MP3Streaming Audio

 

                                                         I    Lo  sguardo

 

Lo osservo e ha una consistenza semplice, un cielo spoglio, che libera gli anfratti in agevoli volute, ha percorsi sgombri, che si traversano senza pena.

Qui rinchiuso con mio padre, da anni non so che questi vincoli, cunicoli  in cui si infila il vento e risuona un lungo canto dalle note bagnate, aria da uno strumento magico che perde, scrosciando, i propri misteri. Proprio dove siedo ha seduto l'orrenda bestia, ha abitato l'uomo del peccato. L'hanno ucciso ma ancora ne sopravvivono i resti: una ciotola d'acqua torbida, delle ossa, pochi rotoli di antica sapienza, che come lui leggo e rileggo a inganno dell'attesa.

Il cielo, riscatto obliquo  in bilico sopra di me, è così silenzioso, e assoluto,  e anch'io oramai aspetto soltanto quella vittima, un pretesto che mi illuda del passare del tempo, che scandisca i miei giorni uguali gravati in questi solchi dal destino.

Mio padre  è nascosto in un angolo remoto, non lo incontro mai, e non mi parla. Forse si vergogna, si sente in qualche modo colpevole per aver ideato il labirinto  e  svelato allo straniero la deserta pista  di questa rosa pietrificata.  O forse no.  Sa bene che sono stati gli dei a formarlo capace di intrecciare lo spazio per edificare teoremi, e che la bestia, in fondo, non attendeva che la propria fine, preda ogni giorno dell'arresa. E sin da piccolo mi  ha insegnato che  il  reale è assoggettato ad assiomi inesorabili, a luogo, e tempo, vuoti e cadenze logicamente coordinati; e che il labirinto soggiace alle stesse leggi, si modella sulla libera necessità che governa il cosmo,  non è una prigione ma un itinerario, uno degli innumerevoli percorsi  dell'esistenza degli esseri.

Ma io guardo il cielo sopra di noi: il cielo degli uccelli dai voli bradi, divergenti, il cielo degli dei, dove impera l'arbitrio, la legge del capriccio, controcanto a una terra di legami, e regole, catene inanellate da uomini con le dita viziate dalla consuetudine.  Allora so che da qui non posso uscire, mentre  le nuvole si rincorrono senza ostacoli, gli astri suonano una musica alogica, a noi estranea,  incodificabile.

E guardo il cielo,  e aspetto.

In fondo al labirinto mio padre non parla, e da anni taglia, sagoma, batte con accanimento. Una volta ha costruto l'animale di legno che permise l'incesto da cui nacque la bestia. Ancora lavora, febbrile, nel  rorido cavo di questo grembo calcareo, che risuona senza  mare. 

E guardo il cielo, e aspetto.

 

 

Opera in bronzo di Marcello Pierantoni Download MP3Streaming Audio

                                               

                                                              II      Il  cielo

 

Due ali di legno fissate con la cera.  Per imparare a volare, tenere una rotta.  Mio padre mi precede, ma poi rimane sotto. Provo a salire, a salire, per scoprire oltre, per capire ancora.

Sorvolo la terra ocra, e vigne dai grappoli pesanti, e ulivi piccoli e ritorti, e il labirinto. Ma non è un labirinto: è una leggera scalfittura nella terra, la linea sottile di una piega accennata. La rosa gialla, chiusa nella pietra, ora completamente sfatta,  aperta in un profumo stordente.

Per volare devo muovere le mie ali per calcoli aritmetici,  in un battito preciso, puntuale, sincronico al pulsare dell'arteria cucita nell'ordito di questo cielo perfetto. E lo spazio  attorno a me ha una consistenza solida, una struttura di volumi complementari che in continuazione concordano il proprio moto; e rimandano ad echi meticolosi, costantemente accordati, la nota acuta del gabbiano che risponde al sordo frusciare del vento, al crepitìo della luce tiepida di questo primo mattino. Sono costretto a volare per geometrie eternamente reversibili, a modularmi sui tempi di leggi invariabili,  a  equilibrare le correnti del mare e la forza dei corpi, per non cadere, a limitare la mia ebrezza.

E così provo a salire ancora, a continuare a salire, per raggiungere la libertà,  finalmente, per avvicinarmi alle sfere celesti, agli dei e al loro arbitrio.

E' giorno fatto, fa caldo, e mio padre seguita a chiamarmi: vuole che ci allontaniamo al più presto da quest'isola di peccato; non desidera lasciare il labirinto, non crede ne sia mai esistito  uno, ma il regno di un sovrano ingiusto, che intreccia al ferino la sorte dei propri sudditi.

So che devo raggiungere il cielo della libertà,  salire fino ad incrociare il mio volo con il corso delle stelle, i desideri sfrenati degli dei. Mano a mano che mi allontano il labirinto va scomparendo, non più  fossile, né  rosa, né  ombra.

Eppure avverto che mi legano altre parabole, cicli di una necessità assoluta.

E salgo,  salgo ed  é scomparso anche mio padre, e la sua voce spaventata.  L'isola oramai é un grumo di creta nel mare, e fa caldo. 

 

 

Opera in bronzo di Marcello Pierantoni Download MP3Streaming Audio

 

                                                        III    La   caduta

 

Non é così diverso cadere. Anche la caduta é un volo, un ritorno a precipizio alle origini, la cifra esatta della propria sconfitta.

Cado piano, in morbidi volteggi,  e i pensieri mi precedono veloci, in anticipo di una spirale su ogni planata. Così cadono le foglie, nell'autunno di carbone, arricciate su di sé.

Dall'alto, la musica delle sfere, la migrazione degli uccelli, nuvole leggere, un arcobaleno e, attraverso, la mia caduta lenta, estenuante. Così cade la pioggia d'estate, il peplo della vergine, piano, scivola in una disfatta semplice, senza pudore. Cos'è il cielo, cos'è stato? E il labirinto, chi l'ha narrato?

Si avvicina il mare, e la costa dell'isola deserta, e non riesco a scorgere orizzonti, confini,  si confonde ogni cosa, sfuma nell'altra con ingenuità.

Il cielo non é che uno stato mentale, un effetto ottico, una lente rovesciata a bruciare  illusioni, a convertire aspirazioni in tracciati e astronomie concluse, inoppugnabili. Il labirinto non è mai stato costruito, e un giorno tutti gli uomini sapranno finalmente che il tiranno e la moglie, il mostro che si credeva prigioniero, il suo presunto carnefice, l'amante abbandonata, il padre e il figlio, si erano illusi ed avevano vissuto inutilmente, per un banale malinteso, uno dei tanti miraggi cresciuto a deformare prospettive.

Cado docile, le braccia tese, poi a croce sul petto, nei palpiti estremi della macabra danza; il capo  inclinato da un lato, lo sguardo alla superficie del mare, leggermente increspata, con un riflesso abbagliante, ramificato in una ragnatela traslucida: ancora un labirinto. Il ventre teso, i muscoli contratti, la mia caduta si impenna, come un animale, e soccombe.

E' l'urlo di mio padre, o forse il vento. Il mare sotto di me non ha frontiere a limitarne la superficie immensa. Vi scivolo senza difese, un gorgo, sabbia fine nella clessidra, senza un suono. L'angelo prediletto, portatore di luce, corpo opaco, ora, sommerso.