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| Mia
Lecomte |
Walter
Salin |
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"..Vita se dura non è
più che il lento
districarsi l'una
dall'altra d'anime
all'uscita del labirinto.."
(Mario Luzi)
I Lo sguardo
Lo osservo e ha una consistenza semplice,
un cielo spoglio, che libera gli anfratti in agevoli volute, ha percorsi
sgombri, che si traversano senza pena. Qui rinchiuso con mio padre, da anni
non so che questi vincoli, cunicoli in
cui si infila il vento e risuona un lungo canto dalle note bagnate, aria
da uno strumento magico che perde, scrosciando, i propri misteri. Proprio
dove siedo ha seduto l'orrenda bestia, ha abitato l'uomo del peccato.
L'hanno ucciso ma ancora ne sopravvivono i resti: una ciotola d'acqua
torbida, delle ossa, pochi rotoli di antica sapienza, che come lui leggo
e rileggo a inganno dell'attesa. Il cielo, riscatto obliquo in bilico sopra di me, è così silenzioso, e
assoluto, e anch'io oramai aspetto
soltanto quella vittima, un pretesto che mi illuda del passare del tempo,
che scandisca i miei giorni uguali gravati in questi solchi dal destino.
Mio padre è nascosto in un angolo remoto, non lo incontro mai, e non mi parla.
Forse si vergogna, si sente in qualche modo colpevole per aver ideato
il labirinto e svelato allo straniero la deserta pista di questa rosa pietrificata. O
forse no. Sa bene che sono stati
gli dei a formarlo capace di intrecciare lo spazio per edificare teoremi,
e che la bestia, in fondo, non attendeva che la propria fine, preda ogni
giorno dell'arresa. E sin da piccolo mi
ha insegnato che il reale è assoggettato ad assiomi inesorabili,
a luogo, e tempo, vuoti e cadenze logicamente coordinati; e che il labirinto
soggiace alle stesse leggi, si modella sulla libera necessità che governa
il cosmo, non è una prigione ma
un itinerario, uno degli innumerevoli percorsi
dell'esistenza degli esseri. Ma io guardo il cielo sopra di noi:
il cielo degli uccelli dai voli bradi, divergenti, il cielo degli dei,
dove impera l'arbitrio, la legge del capriccio, controcanto a una terra
di legami, e regole, catene inanellate da uomini con le dita viziate dalla
consuetudine. Allora so che da qui non posso uscire, mentre
le nuvole si rincorrono senza ostacoli, gli astri suonano una musica
alogica, a noi estranea, incodificabile. E guardo il cielo, e aspetto. In fondo al labirinto mio padre non
parla, e da anni taglia, sagoma, batte con accanimento. Una volta ha costruto
l'animale di legno che permise l'incesto da cui nacque la bestia. Ancora
lavora, febbrile, nel rorido cavo
di questo grembo calcareo, che risuona senza
mare. E guardo il cielo, e aspetto.
II Il cielo
Due ali di legno fissate con la cera.
Per imparare a volare, tenere una rotta.
Mio padre mi precede, ma poi rimane sotto. Provo a salire, a salire,
per scoprire oltre, per capire ancora. Sorvolo la terra ocra, e vigne dai grappoli
pesanti, e ulivi piccoli e ritorti, e il labirinto. Ma non è un labirinto:
è una leggera scalfittura nella terra, la linea sottile di una piega accennata.
La rosa gialla, chiusa nella pietra, ora completamente sfatta, aperta in un profumo stordente. Per volare devo muovere le mie ali per
calcoli aritmetici, in un battito
preciso, puntuale, sincronico al pulsare dell'arteria cucita nell'ordito
di questo cielo perfetto. E lo spazio
attorno a me ha una consistenza solida, una struttura di volumi
complementari che in continuazione concordano il proprio moto; e rimandano
ad echi meticolosi, costantemente accordati, la nota acuta del gabbiano
che risponde al sordo frusciare del vento, al crepitìo della luce tiepida
di questo primo mattino. Sono costretto a volare per geometrie eternamente
reversibili, a modularmi sui tempi di leggi invariabili,
a equilibrare le correnti
del mare e la forza dei corpi, per non cadere, a limitare la mia ebrezza.
E così provo a salire ancora, a continuare
a salire, per raggiungere la libertà, finalmente, per avvicinarmi alle sfere celesti, agli dei e al loro
arbitrio. E' giorno fatto, fa caldo, e mio padre
seguita a chiamarmi: vuole che ci allontaniamo al più presto da quest'isola
di peccato; non desidera lasciare il labirinto, non crede ne sia mai esistito
uno, ma il regno di un sovrano ingiusto, che intreccia al ferino
la sorte dei propri sudditi. So che devo raggiungere il cielo della
libertà, salire fino ad incrociare
il mio volo con il corso delle stelle, i desideri sfrenati degli dei.
Mano a mano che mi allontano il labirinto va scomparendo, non più fossile, né
rosa, né ombra. Eppure avverto che mi legano altre parabole,
cicli di una necessità assoluta. E salgo, salgo ed é scomparso anche
mio padre, e la sua voce spaventata.
L'isola oramai é un grumo di creta nel mare, e fa caldo.
III La caduta
Non é così diverso cadere. Anche la
caduta é un volo, un ritorno a precipizio alle origini, la cifra esatta
della propria sconfitta. Cado piano, in morbidi volteggi, e i pensieri mi precedono veloci, in anticipo
di una spirale su ogni planata. Così cadono le foglie, nell'autunno di
carbone, arricciate su di sé. Dall'alto, la musica delle sfere, la
migrazione degli uccelli, nuvole leggere, un arcobaleno e, attraverso,
la mia caduta lenta, estenuante. Così cade la pioggia d'estate, il peplo
della vergine, piano, scivola in una disfatta semplice, senza pudore.
Cos'è il cielo, cos'è stato? E il labirinto, chi l'ha narrato? Si avvicina il mare, e la costa dell'isola
deserta, e non riesco a scorgere orizzonti, confini, si confonde ogni cosa, sfuma nell'altra con
ingenuità. Il cielo non é che uno stato mentale,
un effetto ottico, una lente rovesciata a bruciare illusioni, a convertire aspirazioni in tracciati e astronomie concluse,
inoppugnabili. Il labirinto non è mai stato costruito, e un giorno tutti
gli uomini sapranno finalmente che il tiranno e la moglie, il mostro che
si credeva prigioniero, il suo presunto carnefice, l'amante abbandonata,
il padre e il figlio, si erano illusi ed avevano vissuto inutilmente,
per un banale malinteso, uno dei tanti miraggi cresciuto a deformare prospettive.
Cado docile, le braccia tese, poi a
croce sul petto, nei palpiti estremi della macabra danza; il capo inclinato da un lato, lo sguardo alla superficie
del mare, leggermente increspata, con un riflesso abbagliante, ramificato
in una ragnatela traslucida: ancora un labirinto. Il ventre teso, i muscoli
contratti, la mia caduta si impenna, come un animale, e soccombe. E' l'urlo di mio padre, o forse il vento. Il mare sotto di me non ha frontiere a limitarne la superficie immensa. Vi scivolo senza difese, un gorgo, sabbia fine nella clessidra, senza un suono. L'angelo prediletto, portatore di luce, corpo opaco, ora, sommerso.
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