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Condannato
a morte: l'esecuzione avverrà tramite suicidio.
È seduto sulla sedia bianca, l'unica della stanza, i gomiti appoggiati
sul tavolo, e davanti a lui: la pistola con un colpo solo.
Sente la pelle sudata delle gambe appiccicata alla superficie di plastica
liscia della sedia. Fa caldo, nella stanza.
In questo momento l'unico pensiero che gli attraversa la mente è
che è stupido, stupido morire indossando una maglietta di McDonald's
- sponsor dell'esecuzione - ed un paio di bermuda del carcere.
Si accarezza nervosamente il collo, la nuca. La mano si aspetta ancora
il contatto morbido e confortante di qualche ciocca ribelle di capelli.
Raccoglie invece la sensazione pungente del cranio rasato. Questa è
l'unica
differenza tra lui vivo e lui che deve morire. Si sfrega la mano sulla
coscia nuda, come per ripulirla.
La
pistola era nel cassetto sotto il tavolo, chiuso a chiave; la chiave per
aprire il cassetto nella busta che gli avevano consegnato prima che entrasse
nella stanza.
Non aveva voluto vedere il prete. Tre guardie carcerarie erano venute
a prenderlo nella sua cella. Non usciva da lì da settimane. Tenendolo
per le braccia l'avevano condotto lungo il corridoio al neon, verso la
stanza dell'esecuzione.
Il prete li aveva seguiti comunque per qualche metro; l'aveva benedetto
da lontano. Lui si era istintivamente chinato, aveva piegato di lato la
testa per schivare la benedizione.
Non stava opponendo alcuna resistenza, non era più tempo... ma
una delle guardie l'aveva ugualmente strattonato in avanti.
In fondo al corridoio un medico gli aveva spiegato di nuovo, in poche
parole, come eseguire la sentenza. Il direttore del carcere gli aveva
consegnato una busta con la chiave del cassetto, e gli aveva levato le
manette. Poi aveva aperto la porta della stanza e fatto cenno alle guardie
di procedere.
La
stanza era bianca, molto grande, senza finestre. Era rimasto immobile
sulla soglia per qualche secondo.
Una mano sulla schiena l'aveva spinto in avanti.
La porta era stata chiusa dietro di lui. Lui dentro la stanza bianca,
gli altri uomini - guardie, dottore, direttore, prete - fuori.
Si era voltato: non c'erano serrature o maniglie all'interno. Solo un
rettangolo bianco quasi indistinguibile sulla parete altrettanto bianca.
Fuggire: non ci pensava più da tempo... non aveva idee. Forse non
era più così intelligente come una volta. Il carcere gli
aveva divorato pian piano il cervello.
Era rimasto per alcuni secondi fermo lì, in piedi, con la piccola
busta della chiave in mano. Si sentiva stupido davvero. L'esecuzione era
un'enorme cazzata. Sul tavolo c'era un'altra busta, più grande.
Avrebbero potuto dargli almeno un vestito decente. Si era seduto sulla
sedia bianca, di plastica, ed aveva aperto la busta grande.
Dentro
c'erano una copia della sentenza ed un foglio di istruzioni. La sentenza
l'aveva sfogliata in fretta, senza interesse. Era identica a quella che
gli era stata letta in tribunale due mesi prima.
In un qualche modo erano riusciti a riassumere tutta la sua vita in cinque
pagine di resoconto di un crimine e conseguente condanna. Non si sentiva
in grado di aggiungere nulla; tutto era perfettamente razionale ed assolutamente
vero. Ogni singola parola sembrava scritta da lui, quel lui con i capelli
rasati a zero.
La vita di prima non la ricordava quasi.
Le istruzioni invece spiegavano come aprire il cassetto - con la chiave
nell'altra busta, ovvio, - davano qualche dettaglio tecnico sull'arma
che gli era stata fornita, spiegavano cosa fare e come farlo.
Il foglio delle istruzioni lo invitava a fare le cose con la massima calma.
Avrebbe dovuto aprire il cassetto, prendere la pistola, infilare in bocca
la canna dell'arma, puntare appena verso l'alto.
Non avrebbe provato alcun dolore se avesse fatto le cose con calma, come
indicato nelle istruzioni, come rappresentato nell'unica figura che c'era
sul foglio, scritto in caratteri grossi. Si era chiesto se per caso fino
a quel giorno avessero giustiziato solo degli idioti.
Anche senza tutte quelle istruzioni, quelle esortazioni alla calma, lui
avrebbe fatto le cose nella maniera corretta. In realtà: nell'unica
maniera possibile.
Sarebbe morto all'istante, se non altro. A patto che - recitavano le istruzioni
- non tentasse di spararsi alla tempia o al cuore.
Doveva semplicemente ficcarsi in bocca la pistola e.
Fa
una smorfia, ha le mani sudate. Fa davvero caldo nella stanza. Asciuga
il palmo della mano sulla maglietta di McDonald's e prende di nuovo in
mano la pistola. L'arma è più pesante di quanto si aspettasse.
Non ne ha mai tenuta una in mano, anche se sulla sentenza è scritto
che lui ha sparato.
Si china appena in avanti e ne prende in bocca la canna, tanto per sentire
il sapore. È un gesto rapido, non vuole sparare ora, solo sentire
il sapore.
Ha un gusto metallico, gli piace. Quasi come quando da bambino succhiava
le monete o i pezzi di ferro.
Tende il braccio e osserva la pistola da diverse angolazioni. Gli piace
anche la sensazione di avere un'arma in mano. La punta verso la porta,
restando seduto.
Sorride alla telecamera della Cnn che lo inquadra da un angolo, finge
di sparare anche a quella. Telecamera del cazzo. Maglietta McDonald's
del cazzo. Bermuda del cazzo. Caldo del cazzo.
Prende in bocca la pistola e spara.
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