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Accarezzo
la tastiera del piano con mani morbide.
Lui mi risponde, vibrando dolcemente e la musica si diffonde per la stanza,
inseguendo ricordi e rincorrendo le note del passato. Davanti ai miei
occhi rivedo un bambino per mano a suo padre.
"Il bosco ha una musica intensa, che non tutti sono in grado di sentire",
sussurra il vecchio.
Parole che si affacciano alla memoria a ogni concerto, oppure quando mi
siedo alla tastiera e compongo melodie nuove. Suono il piano da anni,
ma da tempo faccio solo piano bar. Ho smesso di credere che la strada
dell'arte possa essere la mia strada. Ho tentato di affermarmi come pianista
classico, ma non ce l'ho fatta.
Il piano resta la mia grande passione, anche se produce solo musica leggera,
emozioni da regalare a coppie di innamorati e brevi sensazioni per occhi
distratti.
Compongo in silenzio, nel mio studio, canzoni d'amore e brani classici,
anche se soltanto le prime riescono a darmi di che vivere. E tra una nota
e l'altra la voce di mio padre, quando ancora era vivo e mi portava a
passeggio nel bosco. E' stato proprio allora che ho appreso ad amare la
musica. Perché la sentivo la musica del bosco.
L'avevo sempre sentita.
Da piccolo i solfeggi della povertà avevano accompagnato i miei
passi. Cercavamo legna e funghi. Cacciavamo animali. E mio padre diceva:
"La senti la musica della povera gente?". E io giuravo di sentirla
quella musica triste e dimessa. Passerotti e fringuelli facevano da sottofondo
armonico alla nostra vita.
Il tempo passava e io crescevo, ma continuavo spesso a vagare per il bosco
vicino alla mia casa. Avevo diciassette anni e preparavo gli esami del
conservatorio. Mio padre lavorava molto, come taglialegna. Io lo accompagnavo
nel bosco. Non eravamo più così poveri, perché anche
mia madre si era impiegata come cuoca in un ristorante del paese. Il bosco
produceva la musica di sempre e io continuavo a sentirla. Erano le note
della solitudine, che avevo scelto per compagna dei miei momenti d'ispirazione.
Studiavo e passavo giornate lunghissime nel bosco. Conoscevo piante e
animali a menadito, ma soprattutto ascoltavo i suoni. Intensi e mutevoli
con il passare delle stagioni.
Nei giorni tristi della malattia di mio padre il bosco cominciò
a intonare un canto funebre, come un nefasto presagio. E mio padre diceva:
"La senti questa musica? Tra poco dovrò lasciarti".
"Che dici, papà?", rispondevo con gli occhi pieni di
lacrime. Ma la sentivo anch'io e ne avevo paura.
Mio padre morì e io divenni uomo. Continuavo ad andare nel bosco
per assaporare la musica della mia vita.
Spesso ho ascoltato la sinfonia del fallimento. Troppe volte la canzone
del dolore. Di tanto in tanto ho udito note di amari ricordi. Adesso,
da un po' di tempo, sento una musica nuova. Le mie dita corrono leste
sul piano e passano da una nota all'altra, dando via libera a dolci sensazioni.
Le mie serate di piano bar sono accompagnate dagli occhi di Lucia, che
indugia sui movimenti delle mie dita e sulle mie parole, comodamente seduta
in una poltroncina della prima fila. E' un'esperienza nuova della mia
vita. Giorni fa siamo andati insieme al limitare del bosco e giuro di
averla sentita ancora quella musica intensa. Ma erano suoni nuovi, inconsueti,
che le mie mani a lungo si sforzano di riprodurre.
Volano sulla tastiera percuotendola ripetutamente.
Note che prendono il loro posto senza chiedere il permesso. Parole che
si sovrappongono ad altre parole.
E sono le sole che riesco ad afferrare.
Il mio piano accompagna la musica del bosco.
La musica che ho sentito in compagnia di Lucia.
E' vero papà. E' vero. Io la sento da sempre la musica della mia
vita. Come la sentivi tu.
E da un po' di tempo riesco a comporre soltanto canzoni d'amore.
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