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Al
suo ritorno, semplicemente, spalancò la porta.
E si prese quello che era suo da sempre.
Non c'era nulla che potesse veramente fermarla.
Non io, nè gli anni che erano passati.
La prima volta si soffermò all'entrata graffiando le pareti con uno sguardo,
poi, fermò la luce con gli occhi e la scagliò tutt'intorno, rovesciando
sedie e stoviglie.
Non toccò nessuno di quelli che abitavano la casa, non quel giorno almeno,
ma confuse i libri, le foto, i ricordi, lasciandoli all'apparenza intatti
e irriconoscibili.
Ad ogni suo arrivo si muoveva più sicura, passo dopo passo, a calpestare
il grigio freddo dei corridoi, ed il legno stanco e rigato delle camere,
cambiandone il disegno e la disposizione.
E a poco a poco la casa non riuscì ad avere spazi che per lei.
L'aria, al suo spostarsi, sollevò la polvere di anni, in nuvole sottili
e vorticose, che trovarono riposo in altri luoghi; e molti oggetti rividero
la luce, e di molti altri, ne persi il contorno.
Senza un grido cambiò i rumori, e li sommerse con un sordo brusio fatto
di aspettative e incertezze.
Poi rovistò nei cassetti, e senza saperlo lasciò cadere le cose di tutti
i giorni a coprire quelle preziose, tenute via con cura, conservate e
custodite per le occasioni di festa.
Spostò mobili, quadri, finestre, senza neppure toccarli, ma solo cambiando
il mio modo di vederli.
Di viverli.
Niente fu più al suo posto.
Se non io, dentro di lei.
Chi visse tutto questo da fuori, non vide altro che il mio cambiare e
pensò : " ... nessuna cosa buona " .
E io.
Io persi solo i miei quarant'anni.
Potendo così viverne, per due volte, venti.
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