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non per molto
Autore
remote - L. Cristiano
Voce
Ermes Scaramelli
 
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remote -
L. Cristiano
Ermes Scaramelli
 

 

Non lo sentii arrivare.

Anche se sapevo che non avrebbe mancato l'appuntamento, non con un tempo del genere.

Lo vidi solo quando fu quasi di fronte a me, intabarrato in quella specie di pastrano di tela cerata verde, un ombrello in una mano e l'altra sul manubrio.

Pedalava lento, gridando qualcosa in una lingua dolce e strascicata che non riuscivo a capire.

Non c'era nulla da capire.

Quello era il suo modo di dare un senso alla vita, di trovare una ragione per giustificare i suoi giorni.

Era questa la missione che aveva scelto di compiere; aspettare che piovesse e allora uscire e annunciarlo a tutti, di modo che non si bagnassero, che a quello, a bagnarsi, ci pensava lui.

Io non mi mossi dal posto che avevo scelto per quel pomeriggio, e lui ancora pedalando, mi guardò e scosse l'ombrello, come a farmi fretta, come ad invitarmi a non prendere alla leggera i pericoli di un acquazzone.

Come a dirmi, tu che puoi, riparati.

Io feci finta di muovermi annuendo col capo, poi guardai in alto dove mi indicava.

C'erano nuvole come lenzuola stese ad asciugare nel cielo sopra Genova, e aveva ragione, da lì a poco ci avrebbero raggiunto, scatenando un putiferio di acqua e di vento e cancellando in un attimo l'illusione di serenità del mare piatto.

Lui capì che qualcosa non aveva funzionato, e che non sarebbe bastata la sua presenza per farmi allontanare.

E allora invertì la marcia della bicicletta, fermandosi accanto alla staccionata che separava la spiaggia dalla camminata sul lungomare.

Chiuse l'ombrello e mi guardò fisso.

Ero io quello strano.

Cosa ci facevo con una maglietta di cotone leggero e a piedi nudi, seduto sulla sabbia in un pomeriggio di novembre?

Sembrò quasi perdere l'equilibrio, e decise di scendere dal sellino appoggiando entrambi i piedi.

 

.. Pioverà.

 

. lo so

 

.. non hai una casa?

 

. si

 

.. e allora..?

 

. voglio restare.

 

Non disse altro, e adesso che ci penso non sono sicuro di aver sentito quelle parole.

Restammo così, aspettando assieme le prime gocce.

Ricordo il suo viso e l'espressione dei suoi occhi quando decise che aveva fatto il suo dovere, e che poteva solo avvisarmi, non obbligarmi a fare quello che voleva.

Scosse la testa, risalì in sella e se ne andò arrancando controvento, a testa bassa, come se la pioggia bagnasse di meno a non guardarla in volto.

E si rimise a gridare.

Io rimasi.

Avevo bisogno di quell'acqua.

Volevo m’insegnasse la differenza tra una scelta consapevole ed una obbligata.

Volevo che mi lavasse il viso cadendo, e che scivolasse lungo il collo rabbrividendomi la schiena, e si raccogliesse in rivoli giù dalle spalle, lungo le braccia, e mi inzuppasse le mani raggrumando la sabbia che sentivo scivolare tra le mie dita.

E che non avrei potuto trattenere in altro modo.

Non per molto, almeno.