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Silverio
Petruzzellis
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Franco
Bertan |
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Parrebbe strano a raccontarlo ma, rientrata nella sua stanza, Angela sentì il bisogno di spalancare la finestra, in piena notte, e di alzare le tapparelle sino in fondo, per fare entrare quanta più aria possibile. Strano perché era sempre stata freddolosa, in un modo inverosimile, tanto da mettersi addosso una leggera copertina anche d'estate. Marco proprio non riusciva a sopportarla e se ne andava a dormire nello studio. Quella notte c'era la neve ma lei il solito terribile freddo non lo sentiva, e soffriva invece per quell'aria consumata, quella sensazione di polvere nelle narici, quell'odore di abiti messi e rimessi, senza aver mai visto neanche un ferro da stiro. Durò un'eternità. Forse sarà stato un istante o forse qualche secondo. Per lei fu un lunghissimo ininterrotto respiro, un pieno di aria e pensieri puliti, gli occhi spalancati a fotografare luci, fioche istantanee di vita sveglia, bagliori di televisori, penombre di abat-jour. La ricerca di un volto, di uno sguardo da incrociare, di un pensiero da intuire. Fu un continuo di interrogativi, di ansie e di vuoti, di assenze di contatto, di freddo sulla pelle, attraverso il pigiama. Nulla. Nessuno. Solo aria, panni stesi, muri appena illuminati. Sentì in un istante insieme il freddo e la sua presenza, alle spalle, un respiro invadente sul suo collo. Si girò di scatto. Marco le scoprì lacrime copiose. Non se l'aspettava. Lei non se ne era accorta. Chiuse la finestra in fretta e con la cinghia ruvida abbassò la tapparella d'un botto, quasi a bruciarsi le mani. Poi si asciugò toccandosi gli omeri con le guance, da un lato e dall'altro, e si infilò sotto il piumone. Lui le disse sicuramente qualcosa ma per lei restava un film muto, lo voleva zittito, un pesce nella boccia e così si riuscì di tenerlo, distante, nel fisico e nei pensieri. Durò molto poco. Nella stanza si fece silenzio, ne fu certa dopo pochi istanti. Nella sua testa cominciò invece un gran concerto, di urla, flash assordanti, brividi intensi. Non era Marco e nemmeno il suo ricordo. Non ricordava litigi con lui, mai alzate di tono. Lei si ammutoliva e lui lasciava correre. Le faceva passare i momenti bui. Aspettava. A volte passavano giorni, a stento dirsi buongiorno, ma senza cattiveria, aspettando reciprocamente un sorriso. Quando arrivava era sempre sincrono e poi facevano l'amore, zitti, solo qualche gemito, come quella sera, come poco prima. Poi un gran concerto, sempre. Solo nella sua testa. Solo con la sua voce, in mezzo alla folla, in mezzo a tanti rumori, ad immagini disordinate. Angela sentì improvvisamente caldo. Scaraventò la sua parte di piumone addosso a Marco e si sedette sul bordo del letto, giusto un momento, per prendere il cuscino e spostarlo a piedi, girarsi e coricarsi alla rovescia. Rivolse
la faccia verso la finestra chiusa. Chiuse gli occhi per afferrare quelle immagini di amplessi monotoni, di frittate di zucchine, di code alla cassa del supermercato, di ricerche di parcheggio all'ora di punta. Chiuse gli occhi forte, poi li aprì di scatto e si girò supina. Fissò il soffitto. Materializzò strade vuote, tramonti, onde del mare, profumi d'estate, abbracci di adolescente. Si
girò di nuovo e si mise in ginocchio, seduta sui calcagni. Solo
allora lasciò la presa.
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