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Dagli archivi  di Scritturafresca 2 @2001 Voices.it

 

TO THE PARTY

Autore

Fabrizio Cotza

Voce

remote - L. Cristiano
 
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Fabrizio
Cotza
remote -
L. Cristiano
 



Durante il viaggio ero molto eccitato e le dita seguivano pulsanti il bum bum bum della radio tenuta bella alta da schiacciarti il petto coi bassi, ed i piedi tip-tappavano sulla moquette del tappetino della super 18 cavalli rombante su autostrada nera e luccicante.

Per quella festa c'eravamo tutti agghindati, c'eravamo tutti molto agghindati perché già dalle premesse si sniffava odor di puttanesco e guazzabugli.

In passato, puttanavacca, in passato ce n'erano di più di questi super-mini ritrovi da cicaleccio roboante, per scoiattolini capricciosi in cerca di mirabolanti avventure, ma ora, vaccadiunaboia, ora per scovarne uno dovevi viaggiare di duecento chilometri almeno e solo grazie ai vari "mi hanno detto che forse chissà prova a sentire tizio e caio ma non credo sai, non credo proprio"...
e allora vai con le tremila telefonate da detective privato, col conosci per caso quello e quell'altro, perché, capisci, ci terrei molto, dico molto, veramente molto ad essere lì...

Ringraziando Iddio e tutti quanti, per questa festaccia da super-vitelloni impazziti non si era dovuto faticare molto, visto che si era amici di prima linea con l'invitante, per merito di una serataccia orgiastica organizzata dal sottoscritto ai tempi aurei del "tutti da me".
Manco lo cagavo da allora, ma la simpatia rimbalzava con razionalità e calcolo da un idiota all'altro in una consapevolezza generale che permetteva tutto senza rimorsi o imbarazzi di sorta.
Era bastata una squillata con tanto di vecchio bastardo non ti sei più fatto sentire, per vedere fioccare l'invito per me ed amici, meglio se amiche. Ma neanche se mi fosse schizzato via il cervellino mi sarei mai sognato di portare sesso debole a quella festa porca.

Il grande errore l'avevo già fatto al mitico F.C. Party e di tanto in tanto ancora mi svegliavo nottetempo con incubi e sudori al ricordo di quelle cretine impacchettate a sabato del villaggio appiovrate alla mia giacca senza tregua, dico senza un attimo di tregua, frignose e lagnose da far vomitare per l'ambientino super choc che via via si andava creando.
S. ovvero il Grande Saggio mi aveva fatto pesare un bel po' quell'errore da liceale sfigato poco avvezzo ai grossi risvolti psicosessuali che quel genere di ritrovi preannunciavano, e per punirmi fui escluso dall'after a porte chiuse organizzato per l'oligarchia più stretta dell'epoca.

Ora per certi versi era tutto più soft, o forse tutto più strong ma annacquato dal già visto e già vissuto, che ti schiaccia pure le vette più alte e ti costringe all'esatto contrario, cioè all'underground più spinto nero e freddo, quasi a colmare un incolmabile sempre più profondo, che è più che profondo... è infinito inabissato, ecco cos'è.
Ma questa meravigliosa macchina che è il nostro cervellino scemo, sapeva ricreare mondi nuovi e palliativi mirabolanti in una tal girandola vorticosa di eventi che nessuno avvertiva la caduta nel vuoto, o per lo meno non gridavamo aaah! aaaah! terrorizzati.

Ed anche in quell'attimo, con i piedi che tip-tappavano a ritmo del bum bum bum del radiocar, sentivo quell'euforia da respiro che manca, dentro me che, splendido più che mai, in quella serata da mille e una notte sarei sprofondato in un'altra bella favola scritta solo per noi da un Nessuno meravigliosamente astuto e spietato.