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Fabrizio
Cotza |
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L. Cristiano |
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Per quella festa c'eravamo tutti agghindati, c'eravamo tutti molto agghindati perché già dalle premesse si sniffava odor di puttanesco e guazzabugli. In
passato, puttanavacca, in passato ce n'erano di più di questi super-mini
ritrovi da cicaleccio roboante, per scoiattolini capricciosi in cerca
di mirabolanti avventure, ma ora, vaccadiunaboia, ora per scovarne uno
dovevi viaggiare di duecento chilometri almeno e solo grazie ai vari "mi
hanno detto che forse chissà prova a sentire tizio e caio ma non
credo sai, non credo proprio"... Ringraziando
Iddio e tutti quanti, per questa festaccia da super-vitelloni impazziti
non si era dovuto faticare molto, visto che si era amici di prima linea
con l'invitante, per merito di una serataccia orgiastica organizzata dal
sottoscritto ai tempi aurei del "tutti da me". Il
grande errore l'avevo già fatto al mitico F.C. Party e di tanto
in tanto ancora mi svegliavo nottetempo con incubi e sudori al ricordo
di quelle cretine impacchettate a sabato del villaggio appiovrate alla
mia giacca senza tregua, dico senza un attimo di tregua, frignose e lagnose
da far vomitare per l'ambientino super choc che via via si andava creando.
Ora
per certi versi era tutto più soft, o forse tutto più strong
ma annacquato dal già visto e già vissuto, che ti schiaccia
pure le vette più alte e ti costringe all'esatto contrario, cioè
all'underground più spinto nero e freddo, quasi a colmare un incolmabile
sempre più profondo, che è più che profondo... è
infinito inabissato, ecco cos'è. Ed anche in quell'attimo, con i piedi che tip-tappavano a ritmo del bum bum bum del radiocar, sentivo quell'euforia da respiro che manca, dentro me che, splendido più che mai, in quella serata da mille e una notte sarei sprofondato in un'altra bella favola scritta solo per noi da un Nessuno meravigliosamente astuto e spietato. |
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