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Tanatofilia
Autore
e Voce
Giovanni Campolo

Voce
Monica Campo
 
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Giovanni
Campolo
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Osservare il soggiorno buio mi è sempre stato seducentemente piacevole.
La luce della strada è filtrata da finestre e tende in modo particolare. Non saprei spiegare come, ma tutto è immerso in un chiarore quasi lunare. In esso il profilo degli oggetti s'intuisce appena.
Divani, un tavolo, delle sedie intorno, molti soprammobili indistinti.
L'occhio coglie un movimento tra essi, setato. Accompagnato dal bagliore istantaneo e confuso della lama.
Sorrido tra me: stavolta è giunta senza che la chiamassi.
Si avvicina e si allontana con lentezza, sospesa. So cosa mi aspetta, e in qualche modo mi sento solleticato, o forse sollevato.
Lei viene spesso a trovarmi, sono io che la chiamo. Viene, ma non fa mai quello che le chiedo; dice che non si fa comandare, e che non è il momento, non ancora. Col tempo siamo diventati amici, tanto che spesso lei è la mia sola consolatrice, unica consolazione.
Giunge. Ascolta. Ribatte poco, ma disarma. Ha una dialettica sottile e precisa, soverchiante. Ha sempre avuto ragione. Spesso abbiamo parlato dell'aldilà, ma neppure lei lo conosce. Non ho mai capito, ma sostiene che sarebbe paradossale se lei lo conoscesse.
Stavolta però è qui ma io non l'ho chiamata.
Le chiedo se sia giunto, infine, il momento. Ovviamente non risponde. Ma si avvicina. La lama balugina ancora una volta. Il contatto pericoloso del metallo freddo contro il collo mi eccita la mente. Ho aspettato anche troppo, e adesso, finalmente, è venuta per portarmi via.
La guardo in volto. I suoi tratti sono nascosti dal cappuccio, il suo viso è controluce. Come sempre non posso vederne i lineamenti.
"Sarà dura laggiù senza poterti più rivedere", le dico.
Annuisce, e siamo entrambi piacevolmente divertiti. Ma io ho la sensazione che mi stia nascondendo qualcosa. Seduto su una grande poltrona di bambù - quasi un trono - sono improvvisamente teso: non capisco. Le mani stringono convulsamente i braccioli. Perché esita?
Finalmente solleva la lama della sua falce, e porgo la gola al taglio. Ruota l'arnese, la punta è verso il basso, verso il mio cranio. L'attesa è finita.
Il fendente strappa la mia nera maglietta aderente con una precisione che mi lascia esterrefatto. Avrei avuto paura se non avessi sentito la lama premere contro il mio torace, dall'ombelico alla base del collo. La immagino già penetrare in profondità, lacerare gli organi vitali. La sento tagliare appena la pelle, e del sangue macchia l'argento. Poi la falce si allontana ancora.
Cerco di fissarla incredulo.
Adesso ho paura di lei.
Percepisco un sorriso malizioso. Rabbrividisco.
Lei posa la sua arma a terra, e le sue labbra gelide sulle mie, roventi. Sul mio collo, sul mio petto, lungo la scia di sangue. Mi ama, dolce e sensuale.
Blocca le mie braccia con le sue mani fredde. Non oppongo resistenza, e ogni suo bacio accresce il mio piacere. Perdo la percezione del corpo e, mentre la Morte stessa mi uccide, puro benessere mi pervade.