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Osservare il soggiorno buio mi è sempre stato seducentemente piacevole.
La luce della strada è filtrata da finestre e tende in modo particolare.
Non saprei spiegare come, ma tutto è immerso in un chiarore quasi
lunare. In esso il profilo degli oggetti s'intuisce appena.
Divani, un tavolo, delle sedie intorno, molti soprammobili indistinti.
L'occhio coglie un movimento tra essi, setato. Accompagnato dal bagliore
istantaneo e confuso della lama.
Sorrido tra me: stavolta è giunta senza che la chiamassi.
Si avvicina e si allontana con lentezza, sospesa. So cosa mi aspetta,
e in qualche modo mi sento solleticato, o forse sollevato.
Lei viene spesso a trovarmi, sono io che la chiamo. Viene, ma non fa mai
quello che le chiedo; dice che non si fa comandare, e che non è
il momento, non ancora. Col tempo siamo diventati amici, tanto che spesso
lei è la mia sola consolatrice, unica consolazione.
Giunge. Ascolta. Ribatte poco, ma disarma. Ha una dialettica sottile e
precisa, soverchiante. Ha sempre avuto ragione. Spesso abbiamo parlato
dell'aldilà, ma neppure lei lo conosce. Non ho mai capito, ma sostiene
che sarebbe paradossale se lei lo conoscesse.
Stavolta però è qui ma io non l'ho chiamata.
Le chiedo se sia giunto, infine, il momento. Ovviamente non risponde.
Ma si avvicina. La lama balugina ancora una volta. Il contatto pericoloso
del metallo freddo contro il collo mi eccita la mente. Ho aspettato anche
troppo, e adesso, finalmente, è venuta per portarmi via.
La guardo in volto. I suoi tratti sono nascosti dal cappuccio, il suo
viso è controluce. Come sempre non posso vederne i lineamenti.
"Sarà dura laggiù senza poterti più rivedere",
le dico.
Annuisce, e siamo entrambi piacevolmente divertiti. Ma io ho la sensazione
che mi stia nascondendo qualcosa. Seduto su una grande poltrona di bambù
- quasi un trono - sono improvvisamente teso: non capisco. Le mani stringono
convulsamente i braccioli. Perché esita?
Finalmente solleva la lama della sua falce, e porgo la gola al taglio.
Ruota l'arnese, la punta è verso il basso, verso il mio cranio.
L'attesa è finita.
Il fendente strappa la mia nera maglietta aderente con una precisione
che mi lascia esterrefatto. Avrei avuto paura se non avessi sentito la
lama premere contro il mio torace, dall'ombelico alla base del collo.
La immagino già penetrare in profondità, lacerare gli organi
vitali. La sento tagliare appena la pelle, e del sangue macchia l'argento.
Poi la falce si allontana ancora.
Cerco di fissarla incredulo.
Adesso ho paura di lei.
Percepisco un sorriso malizioso. Rabbrividisco.
Lei posa la sua arma a terra, e le sue labbra gelide sulle mie, roventi.
Sul mio collo, sul mio petto, lungo la scia di sangue. Mi ama, dolce e
sensuale.
Blocca le mie braccia con le sue mani fredde. Non oppongo resistenza,
e ogni suo bacio accresce il mio piacere. Perdo la percezione del corpo
e, mentre la Morte stessa mi uccide, puro benessere mi pervade.
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