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Semplice tango
Autore
remote - L. Cristiano
Voce
Ermes Scaramelli
 
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remote -
L. Cristiano
Francesco Tadini
 

Se ci pensa poi, non è che sia successo chissà cosa.
Ma non le racconto tutto subito, altrimenti anche lei va via e rimango da solo, come le altre sere.
Qui è difficile avere storie da raccontare e gente che ti ascolta, perché tutte le storie le conosciamo già; e si sta in compagnia in silenzio tanto a parlare per noi ci sono i ricordi.
E quelli sono tutti uguali, per tutti.
E poi, questo è un paese di vecchi, e tutta la gioventù è via a cercare lavoro in città e chi va via non ritorna, e ha ragione a non voler tornare.
Qui non c'è niente, se non la chiesa del Santo, la piazza che la ospita assieme alla fontana dove ci lavavano i panni, e il bar proprio di fronte.
Tutto è piccolo, vicino.
Così vicino che il prete deve fare pochi passi per rifarsi la bocca del Vin Santo annacquato col corpo forte e pastoso del Rosso di queste parti, ed è pochissima la strada che ti porta da dove riposi la notte a dove riposi per sempre.
E non c'è mica altro se non le facce dei vecchi e gli odori che si portano addosso dagli orti e dalle giornate passate a curare la terra o ad aspettare.
Aspettare, eh sì.
Questo lo facciamo ancora bene.
Vede, viste da qui anche le cose più stupide sembrano incredibili.
Perché ci perdi l'abitudine agli imprevisti, e tutto scivola via anche se non guardi.
E anche se ci stai attento, le cose se ne vanno tutte uguali, tutte in un solo modo.
Comunque, le dicevo...
Non è che sia successo chissà cosa.
Però non si è parlato d'altro, per giorni, e se proprio vuoi avere un ricordo nuovo c'è quello e basta.
Beh, adesso ci sarà lei, almeno nei miei ricordi.
E ci sarà questa serata passata a parlare con lei, che non conosco.
E lo racconterò agli altri, a quei pochi che restano almeno.
E ne parleremo per giorni di questa chiacchierata, anche se è solo una chiacchierata.
Eh sì, io ero qui, e ho visto tutto.
Io arrivo qui ogni giorno e mi siedo sempre a questo tavolo, almeno d'estate.
D'inverno no, mi siedo dentro perché fa freddo, ma guardo sempre fuori.
Se fosse successo di Novembre li avrei visti lo stesso anche se la luce sarebbe stata diversa e magari non avrebbero fatto quello che hanno fatto, ma era Luglio e faceva caldo.
Io mi siedo qui e prendo sempre lo stesso quartino di Rosso.
E me lo faccio bastare fino a quando il sole colora l'aria dello stesso colore del vino, e allora bevo l'ultimo sorso e mi sembra di bere il tramonto.
E poi guardo quello che resta del vino e di quel giorno in fondo al bicchiere.
Un velo rosa, trasparente, che diventa viola col tempo.
Proprio come la mia pelle.
Mia madre diceva che da bambino avevo la pelle così rosa e fine, che quasi potevi guardarci attraverso...
Riesce a immaginarlo guardando le mie mani adesso?
Quella sera aspettavo il tramonto e l'ultimo sorso, ed erano ormai arrivati e passati entrambi, e c'era anche Giovanni e Aldo e Bruno, il barista.
Si stava in silenzio ad ascoltare il rumore delle faccende in casa dei vicini, ad aspettare il tocco delle campane, a perdere il tempo sul gocciolio della fontana, a tenerci compagnia solo stando lì a fare niente.
A un certo punto abbiamo sentito il rumore di una macchina, e gli occhi sono corsi a incrociare i fari, prima di perderli su per la salita che porta all'altopiano dove d'estate si va a prendere il fresco, e d'inverno... d'inverno si aspetta che arrivi l'estate.
Ma la macchina non ha girato.
Puntava dritta alla piazza e ci aspettavamo che fosse qualcuno che si era perso e che si fermasse per chiedere informazioni.
Invece non era così.
La macchina rallenta, si ferma vicino alla fontana e punta con i fari il bar.
Noi avevamo gli occhi stretti per la luce e le mani strette al bicchiere per la paura, e anche Bruno aveva smesso di far finta di essere occupato e si faceva buio con la mano sulla fronte, per vedere cosa sarebbe successo.
Il motore si spegne, ma i fari continuano a puntare il bar.
Si apre la portiera di guida ed esce un uomo, ma non riusciamo a vederlo bene, dai contorni sembra alto, elegante.
Si muove sicuro passando davanti ai fari e la sua ombra ci copre.
Raggiunge l'altra portiera, la apre e accenna un inchino mentre aiuta a scendere la sua compagna di viaggio.
Lei scende, immagino fosse bellissima in quell'abito lungo da sera, ma non posso dirle di quale colore fosse quel vestito o i suoi capelli.
Anche se ormai ci eravamo quasi abituati al bagliore dei fari, non posso saperlo.
Lui la prende per mano, la allontana dalla macchina e lei sembra scivolare nell'aria mente lui le cinge la vita e la stringe a se.
Si fermano un attimo e poi...
Niente di speciale...
Danzano.
Danzano lenti, perfetti, vivi, attorno alla fontana.
E i giochi delle luci ci fanno intravedere sorrisi e il rumore dei loro passi copre appena il fruscio del vestito di lei.
Danzano attorno alla fontana, per una, due, non so quante volte.
E nessuno di noi riesce a staccare gli occhi o a battere le ciglia e non sappiamo se abbiamo le guance umide di lacrime per colpa della luce o del fatto che...
Del fatto che la vita stava passando di lì, e ci stava ricordando che esisteva, e che da qualche parte del mondo qualcuno moriva e nasceva e il vento piegava i rami e l'acqua scorreva, ma la vita, la vita restava.
Anche se non ne avevamo il ricordo, anche se eravamo piegati dal tempo e dai troppi amici perduti, la vita era lì davanti ai nostri occhi e rideva della nostra malinconia che credevamo essere nostalgia del tempo andato, e che era invece tutt'altra cosa.
Si fermarono all'improvviso, lei rovesciata all'indietro coi capelli a sfiorare la strada e lui chinato su di lei.
Lui la sollevò lentamente tirandola a sé poi la accompagnò alla macchina e la fece risalire.
L'ultima piroetta attorno alla fontana e la macchina si perse verso il basso tornando da dove era venuta.
Tutto qui.
Davvero.
Sì, sì, solo questo.
Chissà cosa si immaginava, vero?
Del resto glielo avevo detto, non era poi chissà cosa.
Solo un lento, semplice tango.