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A sera lasciai la piccola casa, scendendo una delle due brevi scale gemelle
che salivano all'entrata.
Ancora una volta mi chiesi perché fossero due.
Se fosse un caso, il vezzo di un architetto, o fosse voluto; per dare
a ognuno una possibilità in più di raggiungere quella porta
e di entrare negli occhi e nella vita di chi avrebbe aperto.
Mi voltai abbracciando con lo sguardo gli alberi, e la cancellata in ferro
che si era aperta molte volte per me.
E me ne andai.
Così poco tempo per capire veramente, per accettare o negare quello
che era stato convenuto.
Così troppo tempo da ricostruire tra una parola e l'altra.
Tra un incontro e l'altro.
Via...
Via.
E così lasciai che la macchina mi guidasse a casa, senza realmente
badare al traffico, galleggiando mille metri al di sopra di tutto.
Perduto in poche immagini, poche parole, che si rincorrevano scontrandosi
a volte; e schizzando via come lampi furiosi, deviando dai loro stessi
significati nel tentativo di costruirne di nuovi.
Vertigini, che non trovavano punti d'equilibrio.
Se non nell'accettare quanto accadeva, e quello che ero diventato, lasciando
che accadesse.
Lasciando non ci fossero limiti nella comprensione, e in quello che sentivo
di dover fare; per preparare una strada semplice e piana, che non lasciasse
dolore e mi portasse via lontano e indietro.
Sino al punto di partenza per non aver più nulla da cercare.
Nulla da volere.
Credo che ancora adesso, le due scale gemelle siano rimaste ad aspettare
l'arrivo di qualcuno.
Anche il mio, forse.
E chi vorrà potrà scegliere quale delle due salire, quale
parte della casa, accostare per prima.
Ma non saprà mai quando sarà realmente arrivato il momento
di scenderle.
E quale ultimo gradino, lo allontanerà poi.
Per sempre.
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