Wednesday, January 15, 2003 :::
Autore: Giuseppe Bianco
Titolo: A spasso tra le nuvole
Come va? Passavo di qua e....Ho sentito riecheggiare la tua voce e mi sono fermato. Ogni tanto fa bene fermarsi un po': in questo mondo va tutto così in fretta!
Volevo parlarti, sì! Discorrere della realtà, del tempo che va sempre più veloce: ogni anno sembra sempre più breve del precedente e passano come niente; se ti volti ce ne sono tanti accantonati là che sembra impossibile averli attraversati tutti....o ci hanno attraversato loro? Questo non lo so!
Gli esperti dicono che non esiste né il passato e né il futuro e che l'unica entità certa sia il presente. Ipotesi affascinante, ma mentre sei lì a pensarci un attimino su..... diventa già passato. Dicono che il segreto sia vivere bene ed intensamente l'attimo, e lo dicono come se fosse una cosa semplice.....è inutile negarlo: ci sono dei momenti invivibili in cui il tempo sembra fermarsi.....sembra! Forse è proprio questa la fregatura. Davanti ad una delusione o di fronte ad un dolore ti lasci andare e non reagisci come se il tempo si fosse davvero fermato. Invece no, mentre tu sei lì tutto continua ad andare lasciandoti indietro. A volte sai cosa penso? Bisognerebbe applicare al mondo un pulsante di un grande cronometro virtuale, così quando una persona attraversa un momento difficile schiaccia il pulsante ed il tempo ed il mondo si fermano per davvero; passato il dolore si ricomincia da dove si è lasciato, come nelle partite di basket.
Cosa dici? Sì hai ragione tu! Il mondo starebbe sempre fermo, oramai siamo diventati sei miliardi, sai quanti momenti difficili!?!?? Forse al di là di ogni filosofica teoria, nel bene o nel male, è proprio questa la sua bellezza, e come dice qualcuno la sua cura: lo scorrere! Solo che come un fiume si porta via tutto, anche le cose e le persone che vorresti tenere con te.
Lo dicevi anche tu: "La vita è dura ma passa, se ne va.......".
Lo vedi, sono di nuovo qua a dirti sempre le stesse cose....così!
L'altra volta parlavo di tempo e di cose fuori dallo scibile nonostante tutte le spiegazioni in proposito. No, sta' tranquillo, oggi mi chiedo solo se in me c'è qualcosa di te: un portamento, un pensiero....
Mi ricordo che a volte parlando di alcune persone e dei loro infimi comportamenti tu ti chiedevi: “ Siamo nel duemila ed esiste ancora questa gente?".
Lo dicevi qualche anno fa, quando ancora c'eri ed il terzo Millennio (a parte le date) non era ancora arrivato. Adesso nel duemila ci siamo per davvero e....sono ancora tante le cose da cambiare, sono sempre le solite cose, quelle che tutti sanno. Tu però, avevi fiducia nelle persone, tu come me. Probabilmente è questo il seme che hai lasciato in me: la fiducia nel prossimo, quella speranza che dicevi :" Bisogna cercare di tenere viva!".
Dimmi un' ultima cosa poi vado: ora che sei a spasso fra le nuvole e guardi il mondo da lassù. Ora che tante cose ti sembreranno stupide. Ora che di tutta la bella esteriorità del mondo ne puoi fare a meno e ti arriva solo la verità quella che a volte quaggiù manca. Dimmi ce l'hai ancora tutta quella fiducia nelle persone?
Pensaci un po', poi me lo dici.....ne ha bisogno quel seme che hai lasciato dentro di me.
Sono le sei del mattino e sto andando a lavorare proprio come facevi tu. A quell'ora io non ti sentivo mai, avevo da dormire. Ora tocca a me. Tocca a me uscire quando il sole non è ancora su, e devo dire che stamattina fa tanto freddo che restare qualche ora in più a letto non sarebbe stato male. Che tempo c'è lassù? È sempre giorno? É sempre notte? É caldo o è freddo? Ti copri o le anime non hanno bisogno di niente? Spero che faccia caldo e che sia un giorno di sole, ché di freddo ne hai sentito tanto quaggiù!
Siamo a Gennaio e nonostante siano passate da un po' le sei è ancora notte. In macchina c'è una specie di riscaldamento e l'ho acceso, ma fa freddo e penso tante cose. Cose belle, cose brutte, dipende anche da come ho dormito le poche ore previste dal sistema. Chissà se tu mentre aspettavi l'autobus pensavi le stesse cose, avevi gli stessi dubbi, o eri convinto di quello che facevi?
Io convinto non lo sono quasi mai: mi chiedo che senso ha tutto questo: il copione che con tanto stress ed avidità, ogni giorno recita l'umanità e lo comincia a recitare ancora prima del giorno.
Una risposta a tutto questo c'è! Il mondo che ci siamo costruiti è un mondo fatto di bisogni superflui da soddisfare per essere all'altezza di non so che cosa, spesso dimenticando che i bisogni non sono sogni e alla fine possono non appagare: sai ..... non ho ancora quarant'anni ma di morti sui marciapiedi della nostra città ne ho incontrati davvero tanti e....quelli fanno paura. Sono fra di noi, si nascondono, si fingono amici solamente per trascinarti nel baratro. Noi ci abbiamo messo un po' di tempo ma queste cose le abbiamo capite, non possiamo far finta di niente. Aspetteremo il sole e poi lo grideremo assieme alla vita, alla gioia, alla felicità....
Sì, grideremo le nostre ragioni assieme alla vita, alla gioia e alla felicità, ma prima dobbiamo fare una guerra che non abbiamo mai fatto. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili : l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità. Penso che queste siano le grandezze occulte da cui non riusciamo a difenderci e che non riusciamo a capire. Sembra che stia dicendo una cretinata, certo! L'ipocrisia, l'invidia sono cose che tutti sanno cosa sono e dove stanno. Lo sanno tutti.......e allora perché nel duemila esistono ancora uomini usciti da una stessa donna ma divisi da poche centinaia di migliaia di lire, perché?
Perché Caino continua ancora ad ammazzare Abele e Giuda continua a tradire, perché?
Non so se a queste domanda ci sarà mai una risposta o se la risposta siamo noi come uomini. Io non lo so, ma lassù fra le nuvole ne parlate mai?
Avrei da dirti ancora tante cose ma arriva gente e devo tacere: va di sicuro a finire che mi prendono per pazzo. Qui uno non ci mette niente a dire 'quello parla da solo, quello è matto. Però puoi stare tranquillo l'ho capito.
Sì certo è chiaro!
Cambierà se cambierò è questa la cura, la ricetta.
Poi non so.
Cambierà se cambierò!
Ciao Papà, ciao...ciao.
::: inserito dalla redazione alle: 11:14 AM
Tuesday, January 14, 2003 :::
Autore:Vittorio Pisapia
Titolo:La terra assorbe sempre l'acqua
La pioggia gocciolava lungo le stecche dell'ombrello e, camminando, notò che i cerchi nelle pozzanghere erano sempre più frequenti. Dall'asfalto saliva alle narici un odore di umidità, e faceva freddo. Ripensò a quello che era accaduto la mattina. Suo padre gli aveva chiesto se lo sentiva anche lui quel profumo. "Quale profumo ?"- gli aveva chiesto - "E' come un profumo di fiori, di?". Quando suo padre aveva detto questa cosa erano in cucina e lui stava bevendo da una tazza di latte. Alla risposta del padre, alzò lo sguardo, posando la tazza sul tavolo. "E' un profumo di fiori" - continuò suo padre - "da qualche tempo lo sento in continuazione, in ospedale, per strada, e ora?". Incrociò gli occhi di suo padre ed ebbe l'impressione di perdersi dentro e provò un senso di disagio e riprese a bere, con la faccia seminascosta dalla tazza, e un brivido lo attraversò. Non disse niente, ma continuò a sorseggiare piano. Ma avrebbe voluto dire cosa pensava. Bevve un altro sorso e si accinse a rispondere. Da fuori, un raggio obliquo si era fermato sulle mattonelle bianche a fiori azzurri della cucina e dava la sensazione della mattina presto. Ma il tempo stava cambiando rapidamente, e il cielo si stava coprendo. Poco dopo cominciò a piovere, prima piano e poi sempre più forte. Anche se c'erano le tende, si vedeva che la pioggia stava appannando i vetri della cucina e gli sembrò di udire il rumore della terra che assorbiva l'acqua.
Era ancora per strada quando smise di piovere e l'asfalto era luccicante d'acqua e le pozzanghere torbide schizzavano, ai lati della strada, sotto i pneumatici delle auto. Ripensava ancora a quel mezzo dialogo con suo padre. Ripensò a quel brivido che aveva avuto. No, non lo sentiva lui quel profumo, ma aveva sentito quel brivido, in compenso. Un profumo di fiori. Non c'erano fiori in casa, e neppure fuori. Fiori. Avrebbe voluto rispondergli, quando aveva incrociato il suo sguardo, i suoi occhi, così diversi da come li aveva visti - o non visti - fino ad allora. Avrebbe voluto dirglielo in quel preciso istante quello che pensava, quello che aveva sentito. Sarebbe stato quello il momento. Aveva posato la tazza sul tavolo ed era rimasto qualche istante a fissare la tovaglia. Si sentiva la pioggia che veniva giù e, anche senza guardarlo, si capiva che il cielo doveva ormai essere scuro perché ora si notava la luce che faceva il lampadario bianco della cucina.
::: inserito dalla redazione alle: 2:25 PM
Autore: Vittorio Pisapia
Titolo: COME LENZUOLA BIANCHE AL SOLE E AL VENTO
Sentii la corrente passarmi sul collo e sul volto. Le persiane erano ancora abbassate, ma, attraverso le stecche, si intravedeva che fuori il tempo doveva essere bello. Afferrai la cinghia, prima con la mano destra e poi con la sinistra, e tirai su l'avvolgibile: la camera fu invasa dalla luce del mattino, e provai un improvviso dolore agli occhi, accecati dal bagliore. E in quell'istante di cecità mi apparve l'immagine di un terrazzo, lungo ed esposto al sole, davanti ad una distesa di messi, che si muovevano piano nel vento, e di monti. Sul terrazzo, appese lungo una corda di nylon, delle lenzuola bianche, pesanti e umide al tatto. Quello era il terrazzo della nostra casa di montagna. Dal terrazzo la vista volava sopra gli alberi del frutteto, che avevano la mia età perché li aveva piantati mio padre quando nacqui. Da basso, invece, quegli alberi - meli in prevalenza e peri, cui si erano aggiunti negli anni alcuni abeti e pini - quegli alberi impedivano del tutto la visuale. E l'unico modo per vedere se arrivava qualcuno era diventato quello di ascoltare i suoni, in particolare lo scricchiolio dei pneumatici sulla ghiaia, e il silenzio che seguiva questo rumore e precedeva quello del motore dell'auto che si muoveva piano verso la discesa sterrata del vallone per poi risalire. Di macchine all'epoca ne passavano poche, ed era spesso gente della zona: qualche villeggiante o contadini. E così avevo imparato a distinguere i vari suoni, e, a seconda di come il pietrisco scricchiolava, o in base al rumore del motore, sapevo chi stava arrivando o passando.
***
Tirata su la persiana, vidi che fuori la giornata era effettivamente splendida, anche se freddissima. E ripensando a quanto avevo appena ricordato, sentii un sottile senso di angoscia: non tutte le cose erano rimaste tali e quali a ricordarmi quanto ero cambiato. Spesso è anche il cambiamento delle cose stesse a sconvolgerci e a farci prendere coscienza del nostro di mutamento. Le cose che abbiamo dimenticato del tutto ci appaiono, rivedendole per caso, identiche rispetto a un tempo. Ma quelle che ricordavamo, che avevamo ricostruito nella nostra mente, spesso, ci si mostrano poi diverse, e portano esse stesse i segni del loro e del nostro cambiamento. E così nell'istante in cui le rivediamo ci rendiamo conto di noi stessi: una vecchia cascina colonica che non esiste più, o una villetta in stile rustico che un tempo non c'era ed è sorta proprio là dove la nostra vita si era svolta in sua assenza, degli alberi che prima costeggiavano tutto un tratto d'orizzonte e la sera appena si intravedevano nella foschia, e che ora non ci sono più.
Così ricordai che due anni prima, sul finire dell'estate, dopo tanto tempo ero tornato laggiù. C'ero arrivato in macchina, sulla via del ritorno, e avevo sentito la curiosità di fermarmi, di rivedere quei luoghi della mia infanzia, che avevo ben chiari nella mia mente. Aveva piovuto tutta la mattina, ma poi, lungo i bordi dell'autostrada, le pozzanghere avevano finito col riflettere la luce del sole. Avevo ripercorso la vecchia strada che si inerpicava su per una serie di tornanti. Era la strada che avevo fatto mille volte con i miei genitori per tornare a casa dal mare, d'estate. Oltrepassata la galleria - dove si diceva, nel periodo del brigantaggio, avessero impiccato tre briganti, e che perciò veniva detta "Galleria Tre Teste" - l'aria diventava all'improvviso più fresca e pungente per la differenza d'altitudine. Quella galleria, con la storia che la riguardava, mi aveva sempre impressionato e mi era sempre apparsa immensa. Sbucati fuori, la galleria metteva su una strada alberata: eravamo arrivati a casa. Di notte quella strada era quasi completamente buia perché non c'erano lampioni, e le poche luci erano quelle delle case, o della luna quando c'era. Dopo circa due chilometri, si prendeva, sulla sinistra, una stradina sterrata, che portava all'interno della valle. L'auto rallentava e poi svoltava, e ogni volta sapevo, un istante prima, che avrei sentito il rumore della ghiaia sotto le gomme e che la macchina avrebbe di nuovo rallentato e mio padre avrebbe acceso gli abbaglianti per vederci meglio, e dopo avrei sentito i cani delle abitazioni dei contadini correrci dietro e abbaiare fino a sgolarsi.
***
E così, dopo tanti anni, avevo rifatto in auto quello stesso percorso. Ed ero arrivato proprio nel punto in cui occorreva svoltare a sinistra. Scalai, dunque, la marcia, mi fermai nel mezzo della carreggiata e mi preparai ad ascoltare di nuovo quei rumori. Ma non c'era più nessuna strada sterrata, né ghiaia o pietrisco. La strada era asfaltata e il rumore dei pneumatici era quello morbido che sentivo quando, con la bicicletta, sbucavo sulla nazionale, ed era più facile pedalare. Dovetti poi rallentare e accostarmi sulla destra per fare passare alcune macchine che venivano in senso contrario. Attraverso le foglie trasparenti di un faggio lungo la strada, sotto il quale mi ero fermato, e che vibravano al vento, incrociai la luce del sole. Innestai di nuovo la marcia e dopo pochi metri, tra gli alberi del frutteto, vidi il comignolo della casa, e poi il terrazzo con le lenzuola stese al sole, che sventolavano piano.
::: inserito dalla redazione alle: 2:22 PM