Wednesday, January 15, 2003 :::
Autore: Giuseppe Bianco
Titolo: A spasso tra le nuvole
Come va? Passavo di qua e....Ho sentito riecheggiare la tua voce e mi sono fermato. Ogni tanto fa bene fermarsi un po': in questo mondo va tutto così in fretta!
Volevo parlarti, sì! Discorrere della realtà, del tempo che va sempre più veloce: ogni anno sembra sempre più breve del precedente e passano come niente; se ti volti ce ne sono tanti accantonati là che sembra impossibile averli attraversati tutti....o ci hanno attraversato loro? Questo non lo so!
Gli esperti dicono che non esiste né il passato e né il futuro e che l'unica entità certa sia il presente. Ipotesi affascinante, ma mentre sei lì a pensarci un attimino su..... diventa già passato. Dicono che il segreto sia vivere bene ed intensamente l'attimo, e lo dicono come se fosse una cosa semplice.....è inutile negarlo: ci sono dei momenti invivibili in cui il tempo sembra fermarsi.....sembra! Forse è proprio questa la fregatura. Davanti ad una delusione o di fronte ad un dolore ti lasci andare e non reagisci come se il tempo si fosse davvero fermato. Invece no, mentre tu sei lì tutto continua ad andare lasciandoti indietro. A volte sai cosa penso? Bisognerebbe applicare al mondo un pulsante di un grande cronometro virtuale, così quando una persona attraversa un momento difficile schiaccia il pulsante ed il tempo ed il mondo si fermano per davvero; passato il dolore si ricomincia da dove si è lasciato, come nelle partite di basket.
Cosa dici? Sì hai ragione tu! Il mondo starebbe sempre fermo, oramai siamo diventati sei miliardi, sai quanti momenti difficili!?!?? Forse al di là di ogni filosofica teoria, nel bene o nel male, è proprio questa la sua bellezza, e come dice qualcuno la sua cura: lo scorrere! Solo che come un fiume si porta via tutto, anche le cose e le persone che vorresti tenere con te.
Lo dicevi anche tu: "La vita è dura ma passa, se ne va.......".
Lo vedi, sono di nuovo qua a dirti sempre le stesse cose....così!
L'altra volta parlavo di tempo e di cose fuori dallo scibile nonostante tutte le spiegazioni in proposito. No, sta' tranquillo, oggi mi chiedo solo se in me c'è qualcosa di te: un portamento, un pensiero....
Mi ricordo che a volte parlando di alcune persone e dei loro infimi comportamenti tu ti chiedevi: “ Siamo nel duemila ed esiste ancora questa gente?".
Lo dicevi qualche anno fa, quando ancora c'eri ed il terzo Millennio (a parte le date) non era ancora arrivato. Adesso nel duemila ci siamo per davvero e....sono ancora tante le cose da cambiare, sono sempre le solite cose, quelle che tutti sanno. Tu però, avevi fiducia nelle persone, tu come me. Probabilmente è questo il seme che hai lasciato in me: la fiducia nel prossimo, quella speranza che dicevi :" Bisogna cercare di tenere viva!".
Dimmi un' ultima cosa poi vado: ora che sei a spasso fra le nuvole e guardi il mondo da lassù. Ora che tante cose ti sembreranno stupide. Ora che di tutta la bella esteriorità del mondo ne puoi fare a meno e ti arriva solo la verità quella che a volte quaggiù manca. Dimmi ce l'hai ancora tutta quella fiducia nelle persone?
Pensaci un po', poi me lo dici.....ne ha bisogno quel seme che hai lasciato dentro di me.
Sono le sei del mattino e sto andando a lavorare proprio come facevi tu. A quell'ora io non ti sentivo mai, avevo da dormire. Ora tocca a me. Tocca a me uscire quando il sole non è ancora su, e devo dire che stamattina fa tanto freddo che restare qualche ora in più a letto non sarebbe stato male. Che tempo c'è lassù? È sempre giorno? É sempre notte? É caldo o è freddo? Ti copri o le anime non hanno bisogno di niente? Spero che faccia caldo e che sia un giorno di sole, ché di freddo ne hai sentito tanto quaggiù!
Siamo a Gennaio e nonostante siano passate da un po' le sei è ancora notte. In macchina c'è una specie di riscaldamento e l'ho acceso, ma fa freddo e penso tante cose. Cose belle, cose brutte, dipende anche da come ho dormito le poche ore previste dal sistema. Chissà se tu mentre aspettavi l'autobus pensavi le stesse cose, avevi gli stessi dubbi, o eri convinto di quello che facevi?
Io convinto non lo sono quasi mai: mi chiedo che senso ha tutto questo: il copione che con tanto stress ed avidità, ogni giorno recita l'umanità e lo comincia a recitare ancora prima del giorno.
Una risposta a tutto questo c'è! Il mondo che ci siamo costruiti è un mondo fatto di bisogni superflui da soddisfare per essere all'altezza di non so che cosa, spesso dimenticando che i bisogni non sono sogni e alla fine possono non appagare: sai ..... non ho ancora quarant'anni ma di morti sui marciapiedi della nostra città ne ho incontrati davvero tanti e....quelli fanno paura. Sono fra di noi, si nascondono, si fingono amici solamente per trascinarti nel baratro. Noi ci abbiamo messo un po' di tempo ma queste cose le abbiamo capite, non possiamo far finta di niente. Aspetteremo il sole e poi lo grideremo assieme alla vita, alla gioia, alla felicità....
Sì, grideremo le nostre ragioni assieme alla vita, alla gioia e alla felicità, ma prima dobbiamo fare una guerra che non abbiamo mai fatto. Dobbiamo batterci contro nemici invisibili : l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità. Penso che queste siano le grandezze occulte da cui non riusciamo a difenderci e che non riusciamo a capire. Sembra che stia dicendo una cretinata, certo! L'ipocrisia, l'invidia sono cose che tutti sanno cosa sono e dove stanno. Lo sanno tutti.......e allora perché nel duemila esistono ancora uomini usciti da una stessa donna ma divisi da poche centinaia di migliaia di lire, perché?
Perché Caino continua ancora ad ammazzare Abele e Giuda continua a tradire, perché?
Non so se a queste domanda ci sarà mai una risposta o se la risposta siamo noi come uomini. Io non lo so, ma lassù fra le nuvole ne parlate mai?
Avrei da dirti ancora tante cose ma arriva gente e devo tacere: va di sicuro a finire che mi prendono per pazzo. Qui uno non ci mette niente a dire 'quello parla da solo, quello è matto. Però puoi stare tranquillo l'ho capito.
Sì certo è chiaro!
Cambierà se cambierò è questa la cura, la ricetta.
Poi non so.
Cambierà se cambierò!
Ciao Papà, ciao...ciao.
::: inserito dalla redazione alle: 11:14 AM
Tuesday, January 14, 2003 :::
Autore:Vittorio Pisapia
Titolo:La terra assorbe sempre l'acqua
La pioggia gocciolava lungo le stecche dell'ombrello e, camminando, notò che i cerchi nelle pozzanghere erano sempre più frequenti. Dall'asfalto saliva alle narici un odore di umidità, e faceva freddo. Ripensò a quello che era accaduto la mattina. Suo padre gli aveva chiesto se lo sentiva anche lui quel profumo. "Quale profumo ?"- gli aveva chiesto - "E' come un profumo di fiori, di?". Quando suo padre aveva detto questa cosa erano in cucina e lui stava bevendo da una tazza di latte. Alla risposta del padre, alzò lo sguardo, posando la tazza sul tavolo. "E' un profumo di fiori" - continuò suo padre - "da qualche tempo lo sento in continuazione, in ospedale, per strada, e ora?". Incrociò gli occhi di suo padre ed ebbe l'impressione di perdersi dentro e provò un senso di disagio e riprese a bere, con la faccia seminascosta dalla tazza, e un brivido lo attraversò. Non disse niente, ma continuò a sorseggiare piano. Ma avrebbe voluto dire cosa pensava. Bevve un altro sorso e si accinse a rispondere. Da fuori, un raggio obliquo si era fermato sulle mattonelle bianche a fiori azzurri della cucina e dava la sensazione della mattina presto. Ma il tempo stava cambiando rapidamente, e il cielo si stava coprendo. Poco dopo cominciò a piovere, prima piano e poi sempre più forte. Anche se c'erano le tende, si vedeva che la pioggia stava appannando i vetri della cucina e gli sembrò di udire il rumore della terra che assorbiva l'acqua.
Era ancora per strada quando smise di piovere e l'asfalto era luccicante d'acqua e le pozzanghere torbide schizzavano, ai lati della strada, sotto i pneumatici delle auto. Ripensava ancora a quel mezzo dialogo con suo padre. Ripensò a quel brivido che aveva avuto. No, non lo sentiva lui quel profumo, ma aveva sentito quel brivido, in compenso. Un profumo di fiori. Non c'erano fiori in casa, e neppure fuori. Fiori. Avrebbe voluto rispondergli, quando aveva incrociato il suo sguardo, i suoi occhi, così diversi da come li aveva visti - o non visti - fino ad allora. Avrebbe voluto dirglielo in quel preciso istante quello che pensava, quello che aveva sentito. Sarebbe stato quello il momento. Aveva posato la tazza sul tavolo ed era rimasto qualche istante a fissare la tovaglia. Si sentiva la pioggia che veniva giù e, anche senza guardarlo, si capiva che il cielo doveva ormai essere scuro perché ora si notava la luce che faceva il lampadario bianco della cucina.
::: inserito dalla redazione alle: 2:25 PM
Autore: Vittorio Pisapia
Titolo: COME LENZUOLA BIANCHE AL SOLE E AL VENTO
Sentii la corrente passarmi sul collo e sul volto. Le persiane erano ancora abbassate, ma, attraverso le stecche, si intravedeva che fuori il tempo doveva essere bello. Afferrai la cinghia, prima con la mano destra e poi con la sinistra, e tirai su l'avvolgibile: la camera fu invasa dalla luce del mattino, e provai un improvviso dolore agli occhi, accecati dal bagliore. E in quell'istante di cecità mi apparve l'immagine di un terrazzo, lungo ed esposto al sole, davanti ad una distesa di messi, che si muovevano piano nel vento, e di monti. Sul terrazzo, appese lungo una corda di nylon, delle lenzuola bianche, pesanti e umide al tatto. Quello era il terrazzo della nostra casa di montagna. Dal terrazzo la vista volava sopra gli alberi del frutteto, che avevano la mia età perché li aveva piantati mio padre quando nacqui. Da basso, invece, quegli alberi - meli in prevalenza e peri, cui si erano aggiunti negli anni alcuni abeti e pini - quegli alberi impedivano del tutto la visuale. E l'unico modo per vedere se arrivava qualcuno era diventato quello di ascoltare i suoni, in particolare lo scricchiolio dei pneumatici sulla ghiaia, e il silenzio che seguiva questo rumore e precedeva quello del motore dell'auto che si muoveva piano verso la discesa sterrata del vallone per poi risalire. Di macchine all'epoca ne passavano poche, ed era spesso gente della zona: qualche villeggiante o contadini. E così avevo imparato a distinguere i vari suoni, e, a seconda di come il pietrisco scricchiolava, o in base al rumore del motore, sapevo chi stava arrivando o passando.
***
Tirata su la persiana, vidi che fuori la giornata era effettivamente splendida, anche se freddissima. E ripensando a quanto avevo appena ricordato, sentii un sottile senso di angoscia: non tutte le cose erano rimaste tali e quali a ricordarmi quanto ero cambiato. Spesso è anche il cambiamento delle cose stesse a sconvolgerci e a farci prendere coscienza del nostro di mutamento. Le cose che abbiamo dimenticato del tutto ci appaiono, rivedendole per caso, identiche rispetto a un tempo. Ma quelle che ricordavamo, che avevamo ricostruito nella nostra mente, spesso, ci si mostrano poi diverse, e portano esse stesse i segni del loro e del nostro cambiamento. E così nell'istante in cui le rivediamo ci rendiamo conto di noi stessi: una vecchia cascina colonica che non esiste più, o una villetta in stile rustico che un tempo non c'era ed è sorta proprio là dove la nostra vita si era svolta in sua assenza, degli alberi che prima costeggiavano tutto un tratto d'orizzonte e la sera appena si intravedevano nella foschia, e che ora non ci sono più.
Così ricordai che due anni prima, sul finire dell'estate, dopo tanto tempo ero tornato laggiù. C'ero arrivato in macchina, sulla via del ritorno, e avevo sentito la curiosità di fermarmi, di rivedere quei luoghi della mia infanzia, che avevo ben chiari nella mia mente. Aveva piovuto tutta la mattina, ma poi, lungo i bordi dell'autostrada, le pozzanghere avevano finito col riflettere la luce del sole. Avevo ripercorso la vecchia strada che si inerpicava su per una serie di tornanti. Era la strada che avevo fatto mille volte con i miei genitori per tornare a casa dal mare, d'estate. Oltrepassata la galleria - dove si diceva, nel periodo del brigantaggio, avessero impiccato tre briganti, e che perciò veniva detta "Galleria Tre Teste" - l'aria diventava all'improvviso più fresca e pungente per la differenza d'altitudine. Quella galleria, con la storia che la riguardava, mi aveva sempre impressionato e mi era sempre apparsa immensa. Sbucati fuori, la galleria metteva su una strada alberata: eravamo arrivati a casa. Di notte quella strada era quasi completamente buia perché non c'erano lampioni, e le poche luci erano quelle delle case, o della luna quando c'era. Dopo circa due chilometri, si prendeva, sulla sinistra, una stradina sterrata, che portava all'interno della valle. L'auto rallentava e poi svoltava, e ogni volta sapevo, un istante prima, che avrei sentito il rumore della ghiaia sotto le gomme e che la macchina avrebbe di nuovo rallentato e mio padre avrebbe acceso gli abbaglianti per vederci meglio, e dopo avrei sentito i cani delle abitazioni dei contadini correrci dietro e abbaiare fino a sgolarsi.
***
E così, dopo tanti anni, avevo rifatto in auto quello stesso percorso. Ed ero arrivato proprio nel punto in cui occorreva svoltare a sinistra. Scalai, dunque, la marcia, mi fermai nel mezzo della carreggiata e mi preparai ad ascoltare di nuovo quei rumori. Ma non c'era più nessuna strada sterrata, né ghiaia o pietrisco. La strada era asfaltata e il rumore dei pneumatici era quello morbido che sentivo quando, con la bicicletta, sbucavo sulla nazionale, ed era più facile pedalare. Dovetti poi rallentare e accostarmi sulla destra per fare passare alcune macchine che venivano in senso contrario. Attraverso le foglie trasparenti di un faggio lungo la strada, sotto il quale mi ero fermato, e che vibravano al vento, incrociai la luce del sole. Innestai di nuovo la marcia e dopo pochi metri, tra gli alberi del frutteto, vidi il comignolo della casa, e poi il terrazzo con le lenzuola stese al sole, che sventolavano piano.
::: inserito dalla redazione alle: 2:22 PM
Thursday, January 09, 2003 :::
Autore: Tonino Pintacuda
Titolo: Come se non dovessimo mai morire
[To G.]
Lisa e Ulisse s'erano incontrati sei anni prima all'oratorio, portati lì mano manuzza alle rispettive apprensioni materne. L'oratorio era l'ultima oasi sicura dove posteggiare i figlioli in attesa della terrificante ondata ormonale di cui si avvertivano le prime avvisaglie.
La madre di Ulisse l'aveva beccato a tarda notte con il pinnacolo tra le mani a visionare casalinghe perverse che agitavano tetteeculiecosceelingue sul piccolo mivar in bianco e nero. L'aveva strappato dalle occasioni di peccato spruzzandolo con acqua benedetta contrabbandata in una bottiglietta di Lourdes e l'aveva ammanettato con tre rosari.
La madre di Lisa era ancora più sconvolta, sua figlia stava imbambolata con gli occhi persi nel poster di Antonello Venditti e colorava i suoi album aggiungendo giganteschi attributi agli orsetti del cuore. I rispettivi pater erano persi nei 90 minuti, sordi e ciechi a qualsiasi novità. Avevano scaricato i loro figli là e tanti saluti.
La prima volta s'erano odiati, Lisa piatta e informe con un mega assorbente negli slippini di Barbie, Ulisse a capire come mai un preservativo così stretto potesse contenere litri e litri d'acqua.
Era stata Lisa a interrompere le ostilità, s'era avvicinata con i capelli corti sotto un cappello del Wwf e con un sorrisino tutto calcolato gli aveva chiesto delucidazioni sul suo massimo dubbio.
"Ulì, ma? ma, insomma, come fate a sedervi sulla tazza con quel "coso", non vi si schiaccia sulla tavolozza?" la domanda era arrivata al bersaglio, Ulisse stava fermo tra i pali della porta con le mani guantate aspettando qualche pallonetto. Strabuzzò gli occhi e vide lo scarafaggio in mini short "guardaquellochenonpotrai-maimancosfiorare", un solo attimo di distrazione e gli occhialoni tartarugati finirono a terra spezzati in tre pezzi. Aveva ancora nella faccia la firma del capocannoniere e l'unica cosa che riusciva a pensare era come potevano venire certi dubbi a una ragazzetta che ancora aveva solo i capezzoli nel vuoto cosmico del primo reggiseno.
Nemmeno si levò i guanti e scappò sullo ciao perdendo la targa appena girato l'angolo. Era la fine di marzo e lui ancora aveva l'ingombrante verginità marchiata a fuoco sul sorriso da ebete, proprio sotto gli orrendi baffetti di pelo canino. Manco mangiò rimuginando quella domanda e pure che non aveva nessuno stimolo si andò a posizionare sulla tavolozza con un senso di soggezione che non aveva mai provato prima, per intere settimane cercò di riacquistare la tranquillità. Inutile, appena qualche strombettata posteriore gli suggeriva di andare al cesso arrivava il panico e si rivedeva Lisa davanti a guardargli il pacco.
Incominciò a considerare i lati positivi della faccenda, la cagata era stata sostituita da un pornofilmazzo dal vivo, Lisa continuava ad essere il suo chiodo fisso e lui l'aveva eletta a sua musa ispiratrice. Non doveva più sfogliare gli umidi giornaletti che aspettavano sopra lo scaldabagno. La sua fantasia incominciò a vedere Lisa che gli carezzava le palle e lei stessa rispondeva ai suoi dubbi tenendogliele piacevolmente sospese, adagian-dole nel palmo delle sue piccole mani.
S'erano rincontrati dopo due settimane, lei era fasciata in un abito da monachella ma lui la vedeva in nudo integrale grazie alla sviluppatissima vista a raggi X che accompagna tutti i pipparoli. Avevano parlato per tre ore di fila e avevano scoperto l'ovvio. Odiavano il mondo e volevano morire prima d'essere vecchi e flaccidi. Erano andati a passeggiare sulla spiaggia con le ascelle pezzate e lì Lisa aveva snocciolato la sua teoria sull'omosessua-lità, tutta a vantaggio delle seguaci di Saffo. <> S'aspettava magari le solite frecciatine d'Ulisse, qualche accenno ironico nel suo ostinarsi a mettere sempre qualche testicolo nei suoi discorsi. Nada, quello continuava a guardarla estasiato come uno scarabeo stercorario. Ulisse era troppo occupato a prendere appunti per la pippa post pranzo, le lesbiche erano le sue preferite?
"Dammi qualche segno di vita? C'è nessuno?" Ulisse aveva la vista annebbiata e l'udito freudiano, aveva sentito "dammi un colpo nella fica, non c'è nessuno?" e un'erezione formato famiglia aveva deformato i suoi boxer portafortuna. Aveva troppo caldo, si gettò a mare tutto vestito per stemperare l'eccitazione.
Lisa s'era tolta i mocassini proletari e aveva incominciato a correre sul bagnasciuga con una risata chiara, dolce e fresca. Ulisse riemerse dal brodo salato, s'arrotolò i jeans appena sotto il ginocchio e corse pure lui. Aveva le gambe più lunghe e in cinque falcate l'aveva già raggiunta e abbracciata. La guardò e la vide per la prima volta e vide com'era bella. Nelle orecchie Vasco Rossi gli urlava ALBACHIARA, guardò un'altra volta i suoi occhi neri, le tolse gli occhiali e il bacio fu.
Per tre mesi tutto era andato a meraviglia, sembravano schizzati fuori da un romanzetto Harmony, tutt'e due stracotti a pensare al futuro incrociando le lingue. Erano felici ma le cicatrici erano sempre in agguato.
Ulisse s'era faticosamente intrufolato nelle coppe nemiche e aveva scoperto un tracciato di sfregi e piccole bruciature di sigaretta. Lisa s'era subito calata la maglietta color aragosta e il resto della serata era passato in un silenzio insostenibile. Lui doveva sapere, troppi dubbi s'agitavano nel suo cervello. S'immaginava il padre di Lisa vestito con un solo perizoma di pelle che la torturava con una faccia traboccante di soddisfazione. Sapeva che era un pensiero assurdo ma quel perizoma proprio non riusciva a scordarselo. Forse Lisa faceva parte di una setta satanica, era stata messa al centro della stella a cinque punte e il capro l'aveva stantuffata per tre ore di fila? Doveva sapere, non poteva continuare a partorire ipotesi tanto schifose. La verità l'avrebbe volentieri lasciata agli sceneggiatori di X-files.
Lisa è nella sua stanza, stava ripensando a quella domenica di marzo quando aveva accettato di salire sullo ciao di Ulisse. Non lo vede da una settimana e il mondo non se lo ricordava così mediocre..
Fuori piove e anche stasera lui non verrà. Stavolta ci sono andati giù pesanti. Forse non tornerà più, non tornerà più e lei resterà prigioniera della sua stanza grigia. Lo ama ma la storia è diventata un macigno che la sta schiacciando. Lui è stato il primo ragazzo, l'unico che ha esplorato il suo corpo e lei l'amato con ogni atomo. Sono state le cicatrici a distruggere tutto, lei non poteva mentirgli ma la verità ha ammazzato tutto quello che avevano costruito.
La sua famiglia è andata a messa e lei fuma uno spinello nel balcone della cucina. La bottiglia di martini è quasi vuota, la deve ricomprare prima che se n'accorgano. Fa gli ultimi tiri con la gola bruciata dal pressato che ha comprato da Laura e getta il filtrino giù in strada. Si chiude in bagno, la vasca è quasi piena, aggiunge qualche pugno di sali da bagno e si toglie l'accappatoio. Dicono che con l'acqua calda è tutto più facile, la sua lametta la guarda dal lavandino. Sarebbe bello smettere di rimandare l'inevitabile, diventare vecchia e grassa come quella vacca di sua madre non è il massimo delle sue aspirazioni. Lei vuole viaggiare, viaggiare con il suo uomo, lisciandogli la barba e i capelli lunghi che s'arricciano sulla schiena. L'acqua è troppo calda, riesce dalla vasca e la sua schiena bianca si riflette nello specchio dell'armadietto. L'alito della finestra le indurisce i capezzoli e nuove gocce colorano l'acqua.
Ripensa all'ultime cose che si sono detti, si rivede nel sedile della renò con lui che cerca di capirci qualcosa e lei?
"Farmi toccare da te o da un estraneo sarebbe lo stesso. Prendiamoci una pausa, meglio se frequentiamo altre persone? potremmo uscire a quattro?" s'era bevuta il cervello, sparava cazzate e lui cercava di farla ragionare. Ora lo sapeva, non aveva più dubbi, amava quel ragazzo con i capelli lunghi. Aveva bisogno di rivederlo ancora una volta, fargli leggere le sue ultime poesie, aveva bisogno di sentirsi amata. Dovrà parlargli di tutti questi momenti, spiegargli ogni sua assenza. Sarà un motivo valido aver tentato di morire un'altra volta? Stava spellando una vena e non pensava a nessuno, stavolta non ci sarebbero state scuse da inventare per un maglione, un cuscino, un pavimento macchiati. Non avrebbe più potuto pulirli. Aveva detto che siamo tutti figli di Sisifo, due Sisifo nello stesso tartaro a ripetere l'errore, sempre meno forti, più spossati e stretti, fianco a fianco e stretti, i cuori in cima al monte con quel maledetto macigno che scivola un'altra volta. Sisifo per destino e volontà. Sarebbe bello vivere come se non dovessimo mai morire, respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino, come se non dovessimo mai morire?
Andare e ritornare nel medesimo luogo, senza essersi mai allontanati. Altri motivi per ridere e piangere, altro ancora dovrebbe dire a quel ragazzo con la barba troppo lunga. Se n'andrà via presto, che voglia piangere o ridere, seguirla o scegliere la strada opposta non vuole saperlo.
Sarebbe mai tornato? Avrebbe dovuto chiederlo al suo cuore. Non chiedere a chi ami di tornare, chi fugge sta solo e sta solo anche chi insegue. È tardi per tornare sui propri passi, loro sono tornati, la chiave gira e la porta sta per essere attraversata e l'ultima goccia timida cade sul vuoto biancore delle piastrelle.
::: inserito dalla redazione alle: 12:02 PM
Autore: Yari
Titolo: La polvere
POLvere
La polvere, la polvere inorganico pulviscolo,
in continuo moto senza meta. Per anni, sono stato affascinato dal raggio di luce che filtrando nel buio dalle persiane imposto, trasportava la polvere nell’aria; sembrava essere un ipotetico ponte tra la mia stanza e un mondo micromolecolare esterno ad essa. Un mondo nel quale, il concetto di solidità immaginavo fosse scomposto e disintegrato, digerito e vomitato in milioni di pseudo-pezzetti frammentati, lievitanti.
Il mio occhio sognante mi vedeva lì dentro assolutamente avvolto dalla luce, sospeso in quella specie di atmosfera luminescente sospensione.
Il concetto di ponte era chiaro allora come adesso: un ponte cercavo e a quell’immagine così ricorrente mi appoggiavo per alimentare la mia sete di speranza, una sete sempre più stimolata dalla gola secca del mio quotidiano vivente esistere. E così vedevo chiaro il punto da cui sarei dovuto partire. Dopo del tempo che non ricordo di aver mai misurato lo avevo individuato: il ponte di luce, partiva (o arrivava) quasi sempre dalla terza listarella di pregiato parquet al lato sinistro della porta che dava sulle scale dell’appartamento sottostante. La osservavo sempre più spesso sicuro di averne individuato il varco e così era.
Il ponte, la luce, la porta, ormai tutto era almeno nelle variabili pianificato o forse, per dire in maniera più precisa, quasi tutto era stato individuato.
Il problema era ora come accedere attraverso quella porta al ponte, congiunzione del molecolamondofluttuante-polverizzato.
Di sicuro la problematica, era insita nella variabile che costituiva il maggior ostacolo al mio progetto di fuga: IO e l’intrasportabile corpo macromolecolare mio.
Un problema che però, in quanto fondamentale come in tutta la mia caratteristica esistenza, avevo ben pensato di affrontare e risolvere per ultimo. Piuttosto mi ero preoccupato (ma forse sarebbe più corretto parlare di accanimento) di analizzare gli spostamenti del raggio di sole, di definire l’indefinita ora in cui, per miracolo era reso visibile e il tempo che mediamente lo rimaneva. Ero ossessionato, conscio che quella via, l’unica accessibile, lo era oltretutto solo in certe ore e con una particolare situazione metereologica e la poca fiducia da sempre riposta sull’efficiente servizio fornito dai televisivi colonnelli, profeti del giorno dopo, mi rendeva poco sereno. Sapevo perfettamente che il tempo non esiste, cioè, volevo dire, che nei miei confronti sarebbe stato tiranno. Se avessi perso quell’occasione non avrei avuto più scampo, non mi avrebbero perdonato, soprattutto in virtù del piano che dovevo portare a termine prima di intraprendere il viaggio.
Il ponte di luce, giallo, caldo, la polvere, la realtà decomposta polverizzata, lievitante, mi affascinavano non poco perché in fondo rappresentavano ciò che la mia annosa autoanalisi riflessiva mi aveva portato a concludere, se sintetizzato avessi infatti voluto definirmi, sentivo l’esigenza di scomodare due pittori per me non a caso fondamentali e sensibili a certi temi:
Van Gogh e PiCaSsO.
Il ponte-luce sempre più spesso faceva capolino nella stanza e la voglia di placare la mia sete di libertà era di continuo messa a dura prova.
Fu in una di queste assetate giornate che la visione del ponte, aveva posto la parola fine ai miei tentativi di ?definirmi?.
Il ponte, Van Gogh, PiCaSsO
Era tutto chiaro nella mia mente, cazzutamente tutto chiaro.
A saperlo prima avrei impiegato meglio i miei 26 meditativi anni, magari dedicandomi con più leggerezza intellettuale, alla fottuta discotecante, alla cubo-porno amica del cuore.
E invece no.
Ma tutto è chiaro ora, nello scuro della stanza e giusto in tempo forse, anzi fortunatamente. Meglio tardi che mai, come ripeteva spesso ?ansimante?, una carissima amica ninfomane ogni volta che, parlandole della mia difficoltà a trovare donne adatte a sostenere la mia potenza sessuosa, me ne impossessavo sonoro. Meglio tardi che mai, quell’illuminazione mi apriva la via della fuga, quel raggio, era la mia via di fuga e mai una scoperta avrebbe potuto rendermi più felice in quel momento; gli eventi infatti non permettevano che di intraprendere, anche correndo dei rischi, quel viaggio.
La polvere.
Tutto chiaro abbiamo detto, Van Gogh e PiCaSsO sono io.
E sono io che vedo nella luce del giallo il calore, la luminosità, la carnalità di Van Gogh e sono io che vedo la realtà fluttuare tagliata, spaccata in mille pulviscoli atmosferici, che si riattaccano voluminosi poi in terra secondo strane geometrie e lì vedo PiCaSsO.
E sono io che tento la fusione-fuga, il mio corpo di carne macromolecolare, sanguigno, denso, duro, corporale che vede e sente la necessità di fuggire. Ma come posso dilaniare la mia figura e ridurla in molecola? come posso diventare ?Guernica?? distruggere la realtà che vivo e ricomporla nella scomposizione senza perdere il calore, sentendo ancora l’odore dell’uomo?
Non potevo fallire, non mi avrebbero permesso il fallimento, d’altronde come biasimarli, loro, vittime invidiose della mia perfezione, della mia visione così lucida del tutto.
Il colonnello televisivo quel giorno aveva sentenziato ed io ero pronto, anche se con un po’ di timore, a mettere in opera la mia fuga.
Eccolo il raggio. Ho due ore di tempo.
Il campanello. Il suo sonoro suono. La porta aperta.
Ciao amica ninfomane
ti ho chiamata perché avevo voglia di fotterti.
La spogliai e incominciai il mio sessuale rito.
Un corpo per sperimentare la possibilità di fuga.
20 minuti andati e un’ora e quaranta ancora davanti.
30 minuti andati nelle grida del piacere.
La polvere
Il raggio di sole
40 minuti, orgasmo che si moltiplica, 4 per ogni 10 minuti.
Ed io continuo e sono 5 gli orgasmi e 50 i minuti.
E mentre monto penso alla fuga e il raggio che si fa ponte e illumina
la lama sotto il letto.
L’afferro la fuga
E colpisco in suo nome la ninfomane amica.
Van Gogh, Van Gogh, il rosso, il rosso, la carne trafitta, i tuoi girasoli nel mio letto Van Gogh, triste come il corpo carnale morto, è il tuo omaggio Maestro.
Grido ?salve PiCaSsO, a te e per te ho riservato un bisturi e farò di questo corpo, la miglior opera del cubismo, caro Pablo, così sarò pronto alla fuga decomposta, dilaniata, riattaccata in tanti pezzetti come la polvere e sarà un corpo reale sfaccettato come tu mi hai insegnato?.
La mia fatica fu tanta e finalmente pronta, finita la mia prova, la mia opera,il mio progetto.
Il mio progetto: fondere la carnalità, smontarla e ricomporla asettica.
Sono il più grande artista
La sintesi.
Ma ho fallito, il suo corpo è morto, non si può fuggire.
Il raggio eccolo, è ancora lì, manca poco, devo tentare la fuga ugualmente, monterò sul ponte.
Giusto il tempo mi è rimasto di impugnare la pistola e far fuoco
nella mia bocca.
La polvere, la polvere
Inorganico pulviscolo in continuo moto senza meta, per anni sono stato affascinato dal raggio che filtrava nel buio dalle persiane imposto alla mia stanza.
Ed ora vi viaggio sopra ed entro esco quando voglio dalle vostre stanze e cerco, chi come me ami PiCaSsO e Van Gogh e mi segua nella mia fuga.
Yari 2037 a.C
::: inserito dalla redazione alle: 11:57 AM
Sunday, December 15, 2002 :::
Autore: Pianta Antonio
Titolo: Sperequazioni
Sperequazioni. Il rumore delle dita nell’ennesimo libro sfogliato. Amore a prima vista in cerca di evasione. Mentre leggo, caotico, il suono ha invaso già i miei poveri timpani. Superficie che si rispecchia nella voce, nei rumori, i gradini di un’altra vita che ti corre accanto. Quanto c’è di vero nella epopea di acclamate parole, diffuse e divise, dalla specificità. Ad ogni modo, mentre leggo sento che parli anzi, cosa strana, molto, gridi. Ti rifocilli dei miei sbagli, fatti durante il giorno, vai addirittura a ritroso e m’a’accorgo, dopo bilancio, che ho sbagliato sempre, per una vita intera.- Cazzo-, faccio. Gli sproloqui sulle parolacce poi, compita e regale, la tua bocca è affidata alla vera arte del bello, mai che uscisse dai gangheri. Così, quando ti invito a una mostra di arte povera, arte afro, arte che non sai, sempre dici (impettita) di no. E ci aggiungi, -caro-.
Il libro, quello dell’inizio, non l’ho aperto ancora, sto divagando timoroso nella quotidianità mediata dalla tua voce, dai tuoi pensieri e mi ripeto, un po’ più dolce (non per niente sei vicino, vicino a me): cavolo. –Quelli dell’avanguardia hanno messo su uno spettacolino per aiutare i cassintegrati, sai la Fiat,la crisi, il patner americano, i turni di notte, massacranti. Ci andiamo?
-Fiat voluntas tua-, ma so anche che è un errore, perché pure con Dio hai chiuso:- troppi gravami.-. Smetti di sorseggiare il the, quello verde, che è emerso or, ora nella tua complice fitoterapia, - brucia di più, s’intende ed è così ricco di polifenoli, quasi quanto il vino rosso. Antiossidanti che ti salvano da tutte le porcherie che si assommano sugli altri.- Forse se le chiamano loro, chissà. I pensieri negativi a volte.-
Smettendo di bere mi guardi- la camicia non è a posto, il libro, che evidentemente sei riuscita a sfogliare prima tu, nemmeno.Mi aiuti dicendo che è-roba falsa, roba che vuol creare artificiose depressioni in chi è riuscito, dopo tante sedute e sedute, a crearsi un’armonia che dallo zen, prendendo quasi tutte le altre filosofie, giunge subito al tantra come un paradiso new age.Entropia olistica affittata e accettata anche da me, evidentemente, Ci provo a smentirti, ma non ci riesco. Così quando
Tanto di quel tanta pretendi ogni notte, quasi mi sento operaio anch’io. Per questo ci tenevo allo spettacolino dei mangiafuoco, come li chiami tu.
Evidentemente, al solito mio, idiopatico definito, sbagliavo, sono sperequato. Assai. Equalizzatori in uso e io che bestemmio di sotto, coperto dalla copertina del libro: miseri si nasce o si diventa?
::: inserito dalla redazione alle: 7:37 AM
Autore: Tonino Pintacuda
Titolo: come se non dovessimo mai morire
[To G.]
Lisa e Ulisse s'erano incontrati sei anni prima all'oratorio, portati lì mano manuzza alle rispettive apprensioni materne. L'oratorio era l'ultima oasi sicura dove posteggiare i figlioli in attesa della terrificante ondata ormonale di cui si avvertivano le prime avvisaglie.
La madre di Ulisse l'aveva beccato a tarda notte con il pinnacolo tra le mani a visionare casalinghe perverse che agitavano tetteeculiecosceelingue sul piccolo mivar in bianco e nero. L'aveva strappato dalle occasioni di peccato spruzzandolo con acqua benedetta contrabbandata in una bottiglietta di Lourdes e l'aveva ammanettato con tre rosari.
La madre di Lisa era ancora più sconvolta, sua figlia stava imbambolata con gli occhi persi nel poster di Antonello Venditti e colorava i suoi album aggiungendo giganteschi attributi agli orsetti del cuore. I rispettivi pater erano persi nei 90 minuti, sordi e ciechi a qualsiasi novità. Avevano scaricato i loro figli là e tanti saluti.
La prima volta s'erano odiati, Lisa piatta e informe con un mega assorbente negli slippini di Barbie, Ulisse a capire come mai un preservativo così stretto potesse contenere litri e litri d'acqua.
Era stata Lisa a interrompere le ostilità, s'era avvicinata con i capelli corti sotto un cappello del Wwf e con un sorrisino tutto calcolato gli aveva chiesto delucidazioni sul suo massimo dubbio.
"Ulì, ma… ma, insomma, come fate a sedervi sulla tazza con quel "coso", non vi si schiaccia sulla tavolozza?" la domanda era arrivata al bersaglio, Ulisse stava fermo tra i pali della porta con le mani guantate aspettando qualche pallonetto. Strabuzzò gli occhi e vide lo scarafaggio in mini short "guardaquellochenonpotrai-maimancosfiorare", un solo attimo di distrazione e gli occhialoni tartarugati finirono a terra spezzati in tre pezzi. Aveva ancora nella faccia la firma del capocannoniere e l'unica cosa che riusciva a pensare era come potevano venire certi dubbi a una ragazzetta che ancora aveva solo i capezzoli nel vuoto cosmico del primo reggiseno.
Nemmeno si levò i guanti e scappò sullo ciao perdendo la targa appena girato l'angolo. Era la fine di marzo e lui ancora aveva l'ingombrante verginità marchiata a fuoco sul sorriso da ebete, proprio sotto gli orrendi baffetti di pelo canino. Manco mangiò rimuginando quella domanda e pure che non aveva nessuno stimolo si andò a posizionare sulla tavolozza con un senso di soggezione che non aveva mai provato prima, per intere settimane cercò di riacquistare la tranquillità. Inutile, appena qualche strombettata posteriore gli suggeriva di andare al cesso arrivava il panico e si rivedeva Lisa davanti a guardargli il pacco.
Incominciò a considerare i lati positivi della faccenda, la cagata era stata sostituita da un pornofilmazzo dal vivo, Lisa continuava ad essere il suo chiodo fisso e lui l'aveva eletta a sua musa ispiratrice. Non doveva più sfogliare gli umidi giornaletti che aspettavano sopra lo scaldabagno. La sua fantasia incominciò a vedere Lisa che gli carezzava le palle e lei stessa rispondeva ai suoi dubbi tenendogliele piacevolmente sospese, adagian-dole nel palmo delle sue piccole mani.
S'erano rincontrati dopo due settimane, lei era fasciata in un abito da monachella ma lui la vedeva in nudo integrale grazie alla sviluppatissima vista a raggi X che accompagna tutti i pipparoli. Avevano parlato per tre ore di fila e avevano scoperto l'ovvio. Odiavano il mondo e volevano morire prima d'essere vecchi e flaccidi. Erano andati a passeggiare sulla spiaggia con le ascelle pezzate e lì Lisa aveva snocciolato la sua teoria sull'omosessua-lità, tutta a vantaggio delle seguaci di Saffo. <> S'aspettava magari le solite frecciatine d'Ulisse, qualche accenno ironico nel suo ostinarsi a mettere sempre qualche testicolo nei suoi discorsi. Nada, quello continuava a guardarla estasiato come uno scarabeo stercorario. Ulisse era troppo occupato a prendere appunti per la pippa post pranzo, le lesbiche erano le sue preferite…
"Dammi qualche segno di vita… C'è nessuno?" Ulisse aveva la vista annebbiata e l'udito freudiano, aveva sentito "dammi un colpo nella fica, non c'è nessuno…" e un'erezione formato famiglia aveva deformato i suoi boxer portafortuna. Aveva troppo caldo, si gettò a mare tutto vestito per stemperare l'eccitazione.
Lisa s'era tolta i mocassini proletari e aveva incominciato a correre sul bagnasciuga con una risata chiara, dolce e fresca. Ulisse riemerse dal brodo salato, s'arrotolò i jeans appena sotto il ginocchio e corse pure lui. Aveva le gambe più lunghe e in cinque falcate l'aveva già raggiunta e abbracciata. La guardò e la vide per la prima volta e vide com'era bella. Nelle orecchie Vasco Rossi gli urlava ALBACHIARA, guardò un'altra volta i suoi occhi neri, le tolse gli occhiali e il bacio fu.
Per tre mesi tutto era andato a meraviglia, sembravano schizzati fuori da un romanzetto Harmony, tutt'e due stracotti a pensare al futuro incrociando le lingue. Erano felici ma le cicatrici erano sempre in agguato.
Ulisse s'era faticosamente intrufolato nelle coppe nemiche e aveva scoperto un tracciato di sfregi e piccole bruciature di sigaretta. Lisa s'era subito calata la maglietta color aragosta e il resto della serata era passato in un silenzio insostenibile. Lui doveva sapere, troppi dubbi s'agitavano nel suo cervello. S'immaginava il padre di Lisa vestito con un solo perizoma di pelle che la torturava con una faccia traboccante di soddisfazione. Sapeva che era un pensiero assurdo ma quel perizoma proprio non riusciva a scordarselo. Forse Lisa faceva parte di una setta satanica, era stata messa al centro della stella a cinque punte e il capro l'aveva stantuffata per tre ore di fila… Doveva sapere, non poteva continuare a partorire ipotesi tanto schifose. La verità l'avrebbe volentieri lasciata agli sceneggiatori di X-files.
Lisa è nella sua stanza, stava ripensando a quella domenica di marzo quando aveva accettato di salire sullo ciao di Ulisse. Non lo vede da una settimana e il mondo non se lo ricordava così mediocre..
Fuori piove e anche stasera lui non verrà. Stavolta ci sono andati giù pesanti. Forse non tornerà più, non tornerà più e lei resterà prigioniera della sua stanza grigia. Lo ama ma la storia è diventata un macigno che la sta schiacciando. Lui è stato il primo ragazzo, l'unico che ha esplorato il suo corpo e lei l'amato con ogni atomo. Sono state le cicatrici a distruggere tutto, lei non poteva mentirgli ma la verità ha ammazzato tutto quello che avevano costruito.
La sua famiglia è andata a messa e lei fuma uno spinello nel balcone della cucina. La bottiglia di martini è quasi vuota, la deve ricomprare prima che se n'accorgano. Fa gli ultimi tiri con la gola bruciata dal pressato che ha comprato da Laura e getta il filtrino giù in strada. Si chiude in bagno, la vasca è quasi piena, aggiunge qualche pugno di sali da bagno e si toglie l'accappatoio. Dicono che con l'acqua calda è tutto più facile, la sua lametta la guarda dal lavandino. Sarebbe bello smettere di rimandare l'inevitabile, diventare vecchia e grassa come quella vacca di sua madre non è il massimo delle sue aspirazioni. Lei vuole viaggiare, viaggiare con il suo uomo, lisciandogli la barba e i capelli lunghi che s'arricciano sulla schiena. L'acqua è troppo calda, riesce dalla vasca e la sua schiena bianca si riflette nello specchio dell'armadietto. L'alito della finestra le indurisce i capezzoli e nuove gocce colorano l'acqua.
Ripensa all'ultime cose che si sono detti, si rivede nel sedile della renò con lui che cerca di capirci qualcosa e lei…
"Farmi toccare da te o da un estraneo sarebbe lo stesso. Prendiamoci una pausa, meglio se frequentiamo altre persone… potremmo uscire a quattro…" s'era bevuta il cervello, sparava cazzate e lui cercava di farla ragionare. Ora lo sapeva, non aveva più dubbi, amava quel ragazzo con i capelli lunghi. Aveva bisogno di rivederlo ancora una volta, fargli leggere le sue ultime poesie, aveva bisogno di sentirsi amata. Dovrà parlargli di tutti questi momenti, spiegargli ogni sua assenza. Sarà un motivo valido aver tentato di morire un'altra volta? Stava spellando una vena e non pensava a nessuno, stavolta non ci sarebbero state scuse da inventare per un maglione, un cuscino, un pavimento macchiati. Non avrebbe più potuto pulirli. Aveva detto che siamo tutti figli di Sisifo, due Sisifo nello stesso tartaro a ripetere l'errore, sempre meno forti, più spossati e stretti, fianco a fianco e stretti, i cuori in cima al monte con quel maledetto macigno che scivola un'altra volta. Sisifo per destino e volontà. Sarebbe bello vivere come se non dovessimo mai morire, respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino, come se non dovessimo mai morire…
Andare e ritornare nel medesimo luogo, senza essersi mai allontanati. Altri motivi per ridere e piangere, altro ancora dovrebbe dire a quel ragazzo con la barba troppo lunga. Se n'andrà via presto, che voglia piangere o ridere, seguirla o scegliere la strada opposta non vuole saperlo.
Sarebbe mai tornato? Avrebbe dovuto chiederlo al suo cuore. Non chiedere a chi ami di tornare, chi fugge sta solo e sta solo anche chi insegue. È tardi per tornare sui propri passi, loro sono tornati, la chiave gira e la porta sta per essere attraversata e l'ultima goccia timida cade sul vuoto biancore delle piastrelle.
::: inserito dalla redazione alle: 7:35 AM
Autore: Pianta Antonio
Titolo: Poliformia
La macchia di sugo prende sempre più forma, uno spettacolare e spettrale encomio per quanto mi manchi. Girovago con questa insulsaggine che prende le mosse dal mio subcosciente, in cerca (sfegatatamente) di manifestazioni plateali, su cui poi strascicare parole chiuse in un circolo contabilizzato all’infinito. Quasi mi piace che mi guardano tanto fissamente in questa città dove non conosco nessuno, quasi mi piace che non ho bollette da pagare , tipo i rapporti nocivi che ho al paese. Emigro ma poco, e mica si capisce bene perché. All’attacco, quasi sfinita nemmeno mi conosco, ma il mio spirito guida è uno di quelli insulsi e mi pedina con falsi e amorali visioni, da quinto paradiso in decadenza. Il mio gioco sugli specchi ha pagato il pegno della poesia con cui mi sono cullata fino ad oggi.Ma,a forza do forzare la mano, sono stata quasi violentata da colori sgargianti che non conoscono rinnovi di nessun genere. Nessun artista ha più osato mettere fine al rosso corallo quello della mia macchia, che sempre più si espande. La figura che procede spavalda è stato un lusso solo per Caravaggio, lui solo si è preso il lusso di insozzarla nella fermezza ridicola della posa, quasi che il nero, quello del suo fondo amovibile, fosse solo scena. E che scena. Il nero acquistava solo con lui le pieghevoli distanze ed armonie delle vessazioni nascoste. E il sorriso del suo Giovanni, è uguale alla mia macchia: nero della verità, pleonasmo dell’orrore. Errore sintattico o ermetico?
Orgiastici pleniluni, per loro non si ricorre a frasi importanti, il fraseggio è gia nella fosforescenza dell’astro. E il suo limite è la massa del cielo che si compatta. Come un tonfo, all’inizio della via, poi un fraseggio orripilante, mi urlano facezie, rispetto a quello che è il colore acceso della mia macchia, ora è di un bel rosso porpora, rinascimentale e incredibilmente uniforme. Una fila di auto si ferma, che botto,si sono accesi pure i fari di giorno. Per imitarmi lo so, mentre mi seguono, io persa nei loro colori meschini, mi ricordo, tutto ad un tratto, che ho il ciclo. Per questo riciclo per strada la mai iniziale intenzione, da anticonformista che chiede il transito senza visto, ho lasciato per questo tutto al caso, non ho presi provvedimenti, una fiera chiede rispetto. E sempre glielo mancano. Del dialogo una assurda ed incespicante non necessità, se io ti tocco, tu non sei autorizzato a farlo per dimostrarmi che sbaglio. Per niente al mondo. Ma la caterva delle intenzioni, il crasch delle macchine, gli ossimori che promettono conseguenze. Io che sono quello che non vorrei, E mi ci paro pure dal non, con un equilibrismo fantoccio, che è sempre asserzione della mia poesia. Underground è scritto sui muri, ripetilo forte amore, -underground-, basso, imo -. La mia macchia che parla dopo la Ru 486, cos’è se non un nuovo amore di me, che rischiavo il culo a continuare. E si vedeva, ma con tutti quei depistagli mi sono resa ancora più visibile. Una colpa, gigantografia senza autori, senza colori, questa volta.Per questo il frastuono, la città rumorosa, i miei sensi ridicoli. La macchia ora è rosso fondente. Fetente, anche i ratti sorridono.
::: inserito dalla redazione alle: 7:27 AM
Autore : Pianta Antonio
Titolo: Il raddoppio
Mi disse che mi faceva vedere un raddoppio, in un tempo determinato, si intende. – Cosa ?- gli faccio, è già da parecchio tempo che ho dei lievi problemi all’udito, però meglio essere precisi che è solo per connessione volontaria con un altro mondo. Interferenze, per meglio dire, che mi distolgono tanto dal presente oggetto che da quello soggetto. E ora questo strano soggetto che ho di fronte mi tenta col raddoppio. Un raddoppio menomato,penso/ per via dell’udito/, e per questo raddoppio è sempre sola unità, altro numero, un diviso. Ma la velocità, caratteristica dell’altro mondo che dicevo, non sempre si compenetra omogenea alla volontà. Per cui, con piedi sempre più di piombo gli faccio: - e cosa riusciresti, tu, (sul tu pure batte ciglio, visto l’enfasi non meritoria che accentuo nella voce) a raddoppiare e a tempo determinato? La precarietà, non per niente è il mio mestiere, ma c’è già dalla nascita del mondo, mi pare. E poi a smuovere un’insoddisfatta olistica come me, sono convinta, ci vuole molto.
Non aspetto risposte e decido di farmi tentare. Un impeto alla riscossa sembra ora lui che si rifocilla sul mio collo e beve, beve. Pare abbia digiunato una vita. Alla fine mi consola solo col suo candido: buono esto sidro, senora. Buono mucho. In un lampo, trafiggendo geografia e spazio e cuore e coscienza( mia e di chi altri?) mi riallaccio al raddoppio a tempo di tecniche cinematografiche.Faccio un salto nel passato col flash back e,stolta che sono, realizzo che lo strano soggetto si riferiva al peccato, quello originale per intenderci, perché quelli di oggi che volete che siano con tutta la loro varietà registrata nel trade universal, (di marca).Fottuta mia fortuna, sempre imbottita solo di sapere e di saccenteria, che se l’è FATTA fare sotto al naso, e da costui. Mi appello alle varianti, e non solo di valico per quanto sono sprofondata nel letto condiviso,ma alla complessa varietà dell’alcolista.Questo tale era, ma non puzzava, pareva una promessa.
FLORACHI
::: inserito dalla redazione alle: 7:15 AM
Thursday, December 05, 2002 :::
Autore: Fabò
dei Folletti
Titolo: Quando Capitan Findus aveva la barba bianca
Quando
Capitan Findus aveva la barba bianca
Monologo con errori
grammaticali circa il passato che sarà, le scelte di marketing ed il
futuro retrò.
senza technicolor - senza copyright – nell’interezza del formato
A4
On.
Giro la chiave della mia Curiosità.
Metto in moto il motore del mio eterno naufragare e mi ritrovo qui: nel sottoscala
di un antefatto. Fermo in un autentico Prima®; controllare il copyright
please.
Un Prima® ancora imballato, con il cellophane intorno.
Un Prima® nuovo ma con le istruzioni in giapponese.
E tutto è ancora da iniziare.da accendere. da montare.
In attesa che il motore diesel di questo monologo si scaldi.
Facendo stretching a mente.
Aspettando l’ascensore del Concetto Puro.
Le porte si aprono ed io come una vita a questa parte, inizio a parlare; intrattengo
gli occhi tuoi seduti e passeggeri con la solerzia di un dinamico Stuart di
bordo.
Le uscite di sicurezza sono situate ai lati di questo foglio A4. verso
quella direzione e verso questa.
In caso di incidentale incidente seguire la pista luminosa sul pavimento che
da qualche vi porterà.
Respirate pure nella mascherina, se vi va.
Assicuratevi però Prima® che il Vostro passeggero l’abbia indossata
e solo dopo, pensate a voi stessi.
Sotto il sedile troverete quello che vi meritate.
magari un salvagente, se quest’anno siete stati buoni.
That’s all folks gente.
E grazie ancora per aver scelto la NOSTRA compagnia.
Grazie di cuore.
Buon viaggio. Buon volo.
Da
quassù le nuvole sono bianche come lo erano i fogli prima della stampa
di questi caratteri.
Che noia, i fogli bianchi senza parole; grazie Johann Gutenberger ovunque tu
sia.
Dicevo…
Le nuvole sono bianche.
Dove “le nuvole” è soggetto. “sono”
è verbo. e “bianche” è complemento oggetto.
(rileggete pure questa frase e che la consecutio sia con voi).
Menzione particolare per la mia Maestra delle elementari che abita dietro casa.
A questo punto però, al rigo 26 di questo discorso, le cose tendono a
complicarsi come con gli anni che passano:
“le nuvole sono bianche come la barba di Capitan Findus”
a questo punto Signori, scendiamo dall’aereo.
Lasciamo Stuart e metafore a rimettere a posto gli schienali delle nostre poltrone
e affrontiamo la realtà:
esisteva un tempo diverso da questo.
Una parentesi temporale che è figlia di secondo letto del Contemporaneo.
Esisteva dunque un QUANDO diverso da OGGI:
un passato dove Capitan Findus aveva la barba bianca.
E sorrideva semplice dentro il mio freezer. Sornione. Placido. Come chi ha una
storia da raccontare.
Stava tutto il tempo nel suo angolo a sinistra della confezione da 12 di bastoncini
di pesce.
Sempre lì. certezza.
Chissà che fine ha fatto quel vecchio pescatore sempre raffreddato…
Forse è rimasto intrappolato tra gli iceberg di qualche frigorifero non
no-frost di qualche mamma anni ‘80.
Buon
Capitano, ovunque tu sia, questo diario di bordo parla di te.
Umilmente, il tuo mozzo di bordo.
Questo
monologo parla di un prode nostromo.
Parlo di Capitan Findus con la barba bianca, non mi riferisco al nostromo del
tonno NOSTROMO®. Eppoi detto per inciso non correva neanche buon sangue
tra i due! Si racconta che una sera, in una taverna, nostromo del tonno NOSTROMO®
rovesciò di proposito un bicchiere di grog sul cappotto di tela blu di
Capitan Findus che non perse il sorriso.
Lui era diverso, lui era sempre alla ricerca.
“Alla ricerca dei migliori filetti di merluzzo, mamme.”
diceva.
Io sono sicuro che il buon Capitano, quel branco di merluzzi giganti lo ha trovato.
Sia chiaro: mi riferisco a Capitan Findus con la barba bianca, non quello che
va in giro adesso per il banco surgelati spacciandosi per Lui.
Il VERO Capitano sapeva come fare.
Aveva passato anni a circumnavigare i Sofficini® di tutti i ripieni.
Aveva doppiato il capo di Speedy-Pizza®.
Lui aveva passato la sua vita a cercare il posto dove ci sono i filetti più
bianchi, mi pare di ricordare dicesse qualcosa del genere…
Esiste per tanto un QUANDO diverso da ORA.
Un quando che non torna più.
Un passato che fa male a coniugarlo al passato perché la Maestra della
pagina precedente avrebbe di certo tirato fuori una spiegazione sul passato
REMOTO.
…ma chi avrebbe il coraggio di dire al saggio pescatore con la barba bianca
che è “remoto”?
Forse neanche il suo sorriso reggerebbe.
E se qualcuno glielo avesse detto? Si spiegherebbero tante cose…
Esistono per tanto rubinetti d’acqua che non si possono chiudere.
E noi non possiamo fermare l’acqua con le mani, Mosè a parte.
Non possiamo certo fare come quel tipo, l’idraulico di quella pubblicità
anni Ottanta che chiudeva tutti i rubinetti aperti ma poi nel finale gli zampillava
l’acqua dalle orecchie.
Proprio no. Non possiamo fermare questo rubinetto aperto.
Allora
bisognerebbe capire che QUESTO è il nostro PASSATO che SARA’.
Ora.
Questo.
Quello bello. Quello che ci farà commuovere tra dieci anni.
Bisognerebbe capire che QUESTO sarà la malinconia, la nostalgia di domani.
Che ora, in questo momento siamo in viaggio con Capitan Findus con la barba
bianca al timone.
Capiamolo ora.
Perché quando saremo lontani, in mare aperto, non basterà più
solo aprire il freezer del nostro presente per scongelare il nostro passato.
Perché forse non ci sarà niente tra la Zuppa del Casale® e
i po-po-po-po-Polaretti®.
Questo monologo fu scritto ADESSO ma al passato remoto.
Signora Maestra, mi perdoni.
Questo monologo fu scritto ora. Fu scritto in questo preciso istante.
In questo momento volli dare al Presente, a queste righe, un po’ del Passato
che sarà.
Perciò vado un po’ avanti e immagino che Passato sarà.
Cosa sarò. Come sarai coniugata. Come saremo.
Vado talmente avanti che trovo Capitan Findus donna.
Poi Capitan Findus donna di colore e poi ancora Capitan Findus bambina di colore.
Bastoncini Futuri.
Ancora avanti?
Allora immagino il mio glorioso Siemens M35i (dove “i” stata per
internet, gentlemen) in una goccia di resina e poi ancora in un blocco di ambra.
Lezione di geologia da bar: l’ambra non è un minerale;
è resina degli alberi coniugata al passato.
Perciò tra un milione di anni ci sarà il mio cellulare in un pezzo
di ambra.
E come per il DNA dei dinosauri nella trama di Jurassic Park, potranno estrarre
il tuo numero di telefono e risalire sino a te.
tra un milione di anni.
Il nostro ORA sarà il passato di domani, perciò rispetto.
E allora perché non vivere tutto il fascino e la magia di quello che
scorre via ogni secondo?
Afferra la barba bianca del tuo Capitan Findus, prima che sia troppo tardi.
Vivi grazie ad ogni battito del cuore. Un battito che è ormai passato.
Un “tum” nel petto che non c’è più ma che mette
in circolo il successivo spasmo del muscolo cardiaco.
Esisterà tra un milione di anni il fossile di un floppy-disk con dentro
questi dati scritti in linguaggio arcaico “word” , scrittura indecifrabile
per giovani e brufolosi cyber-studenti in archeologia.
Quello che ancora non trova pace, come una vespa nervosa intorno ad un pezzo
di carne alla brace, è che questo presente non è fatto di foto
istantanee;
bisogna aspettare che le sviluppino e andare a ritirarle giovedì e non
in 48ore come c’è scritto sull’insegna della fotottica sotto
casa.
ORA è il nostro passato che sarà.
Perciò mettiamoci bene in posa.
Sorridiamo.
E che la Polaroid® la scattino i nostri figli.
Fermiamoci sotto il portone un momento in più.
Ascoltiamo tutte le storie degli anziani seduti sulle sedie di legno perché
un giorno potremmo capire che questo oggi era e fu oggi.
Viviamo orgogliosi e spavaldi sul cassero della Nave che cerca solo i migliori
filetti di merluzzo.
Dando il giusto tempo al tempo.
Guardiamo lontano con un cannocchiale un po’ retrò.
Restiamo in piedi.
fermi e fieri come avventurieri vestiti di scuro sul ponte di comando della
Arcadia di Capitan Harlock.
“nel
suo occhio il cielo azzurro, nel suo braccio acciaio c’è.nero il
suo mantello mentre il cuore bianco è”
Aspettiamo
dunque il tempo di cottura delle nostre coniugazioni al futuro
ma non perdiamoci neanche un fotogramma di questo passato che sta lievitando
che si sta facendo caldo
che sta sfamando tutta la fame che avremo.
Non smettiamo di seguire ogni giorno questo scapestrato e bohemien Presente
che ogni tanto ci fa preoccupare
Non togliamo gli occhi di dosso da questo piccolo e pestifero Presente
che ogni tanto ci rende orgogliosi
ma che “si impegna”
- dice la Maestra -
“studia”
questo Presente che è già il primo della classe
e che sogna da grande di diventare Passato.
niente occhi rossi
Stai ferma
Non ti muovere.
Cheese…
(continua)
Al
mio passato che sarà.
A Valentina.
fabò
dei folletti
primo dicembre 2mila2
::: inserito dalla redazione alle: 9:48 AM
Autore: Fabò
dei Folletti
Titolo: Nafazolina
Nafazolina
Nitrato.
Monologo circa i trattamenti oftalmici umettanti, il pulviscolo ferroso e la
Bellezza
Il pulviscolo ferroso delle stazioni ferroviarie si posa sugli occhi aperti
di chi è in transito e causa arrossamenti curabili con specifici trattamenti
oftalmici umettanti a base di nafazolina nitrato (mg80).
Capita a chi abbia dimestichezza con gli spostamenti in vagone di imbattersi
in questa incidentale e fastidiosa realtà; un fatto talmente piccolo,
da entrare giusto-giusto in uno dei miei scarmigliati scritti. senza fare fatica.
senza fare manovra. non occorre prescrizione medica.
Come sempre a questo punto, mi spiego:
Le particelle di metallo
delle carrozze dei treni forgiate a caldo dalle sapienti mani di homo sapiens
specializzati tendono col tempo a distaccarsi. Come le squame di un serpente
distratto durante la muta. Tali evanescenti particelle si mescolano con l’atmosfera
circostante fondendosi simbioticamente con gli elementi dell’aria che
noi respiriamo o che semplicemente attraversiamo correndo verso il binario due.
Dunque i luoghi come le stazioni e le metropolitane colpiscono fisicamente i
nostri occhi, aldilà della allegorica nostalgia.
E’ forse questo un simbolo di una punizione per la nostra bramosia di
vedere-viaggiare-vivere-e-volere?
Di sicuro c’è che i nostri occhi aperti sono esposti a questi agenti
e si arrossano.
in caso di effetti collaterali rivolgersi ad un medico.
È per tanto difficile
non perdersi dentro una battaglia che sembra già una rivoluzione sociale:
Non sono i nostri occhi forse i figli più sinceri dei nostri sensi? Difficile
non immaginare quelle nostre umide e fiduciose fenditure come le nostre fragili
e un po’ hippy frontiere.
L’entrata più semplice. Quella immediatamente praticabile. la “prima
a destra”. L’ingresso al pubblico. Uso esterno.
E pensare alle nostre civettuole ciglia come filari di fidati soldati a guardia
del nostro stupore è davvero troppo fantasioso anche per un mio scritto.
La vista è dunque il senso più debole. quello che più si
fida. quello che accetta le caramelle dai colori, di qualunque sfumatura siano
fatti. è il senso che fa l’autostop e sale in macchina di ogni
pixel sfrecciante.
Queste morbide e lacrimevoli cavità sono lì. a catturare immagini
come fanno le zanzariere elettriche che attirano nella loro iride luminosa gli
incauti e famelici ditteri.Tenere al riparo dalla luce. Conservare a temperatura
inferiore di 25°.
Gli occhi si comportano come bambini curiosi ed instancabili per l’appunto.
Ragazzini con una reticella in mano che corrono senza guardare dove mettono
i piedi.
mi si perdoni per tanto la forzatura: gli occhi corrono senza guardare dove
mettono i piedi. Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Il nostro nervo ottico è solo un tubo catodico. Lo scarico di un lavandino
che attira tutto al centro di un gorgo. La vista è dunque una spirale
ingorda, un filtro stanco, un imbuto.
In altre parole: qualcuno fermi quei due piccoli matti. troppa fiducia, gente.
Non ingerire.
Prometto di smetterla di imprimere un concetto ormai chiaro e di muovere il
flusso delle parole verso il centro.
Torniamo un discorso indietro,
torniamo in uno posto che non chiude mai: la stazione ed i problemi del suo
ferroso pulviscolo punitore.
Tale scientifica ed attendibile rivelazione si è presentata alla mia
curiosità, dopo la domanda di un corrugato oculista della mia città
il quale mi interrogava sulle mie abitudini di deambulazione extra-urbana:
“Frequenta abitualmente stazioni ferroviarie?”
Devo ammettere che per un attimo, perduto in un contesto di visita-medica-odore-di-disinfettante-prego-attendere-che-lettera-è-questa?
questo quesito mi ha fatto trasecolare; mi sono chiesto: che relazione c’è
tra gli effluvi di Sua Maestà Imperatore IL Viaggio ed i miei molto prosaici
problemi con le lenti a contatto? Non utilizzare dopo la data di scadenza.
Poi la spiegazione si è dipanata lenta e sta trovando casa come uno studente-fuori-sede-a-settembre
dentro questa pagina bianca (il mio scrupoloso, pignolo e verde iride vuole
farti sapere che la pagina del mio pc su cui scrivo è invece blu…)
Anche se la spiegazione di un ambiente urbano inquinato da materiale ferroso
è una banale verità non sono riuscito a non perdermi dentro uno
stock di domande della quali ti presento un trailer, un riassuntivo campionario
come farebbe un professionale rappresentante di biancheria intima:
Quale sarà l’odore
di quel ferrigno nemico? In che percentuale si mischia ai neon dei bar che vendono
snack-al-cioccolato-che-copri-ma-normalmente-non-mangi? Quanto materiale di
condensa c’è in quella atmosfera di eterna attesa? Quante scorie
si annidano nella voce distaccata e sfuggente degli altoparlanti? Quante particelle
nocive sono disciolte nei borsoni lasciati per terra, negli orari che cambiano,
nel binario-che-non-è-questo, nei pantaloni blu e nelle visiere lucide
di chi buca i nostri biglietti?
Quanto ferro che fa male agli occhi c’è in quel sogno di fare ancora
in tempo?
Quanto ce n’è in quella paura di essere irrimediabilmente in ritardo?
E quanto ancora nella seducente chimera di avere la potenzialità di andare
ovunque?
Un dedalo di domande. E come al solito poche informazioni. Nessuna cartina.
Scarso il servizio in questa metropolitana di idee. Non utilizzare il prodotto
in caso di allergia ad uno dei componenti (vedere foglietto illustrativo allegato)
Il punto è che io sono innamorato delle stazioni. Ed i miei occhi sono
sempre aperti.
voraci come le zanzare che ho giustiziano in una metafora qualche rigo fa’.
E l’idea che tutto questo possa essere nocivo per i miei due-oblò-che-danno-sul-mare
mi fa male più dei sopraccitati elementi di scarto. Evitare il contatto
del contagocce con la superficie oculare.
A questo punto del monologo
è d’obbligo, per sincerità stilistica e chiarezza espositiva,
svelare la maschera: l’idea di queste righe è che sei tu –
e non le povere e lente stazioni - a fare male alla mia retina.
Ad essere talmente pregna di particelle in sospensione da arrossare i miei occhi.
Ad essere plancton brulicante per i miei fanoni affamati.
So di certo che guardarti mi fa bruciare gli occhi, come le eclissi che ti costringono
a distogliere lo sguardo. Mi fa male guardati perché è come se
tu contenessi talmente tante immagini da fare forza sul mio povero spettro visivo.
Certo non mi stanco di avere gli occhi aperti. rossi. di guardare con le mani
davanti agli occhi come davanti ad un film dell’orrore: occhi che non
si chiudono e sbirciano spaventati e curiosi tra le dita.
Mi fa male guardarti. Perché
il mio dizionario della lingua italiana mi ha spiegato che ti accorgi dell’insieme
di minute particelle in sospensione solo quando un raggio di sole lo attraversa
togliendo la maschera a quello che lui chiama “pulviscolo atmosferico”.
Mi fa male guardarti.
perché è come se tu contenessi tutto il ferro in sospensione delle
stazioni
che sfavilla negli occhi tuoi come carrozze di prima classe.
che luccicano come coriandoli in controluce.
Ed è come se tu pungessi
le labbra come una pioggia che non vedo.
Ed è come se fossi proprio tu
a far corrugare l’espressione del mio oculista preoccupato.
A chi mi fa
male agli occhi tanto è bella.
Alla mia Valentina.
fabò è dei folletti da un po’
1 settembre 2mila2
è
un presidio medico-chirurgico. leggere attentamente le istruzioni. tenere alla
portata dei Bambini.
::: inserito dalla redazione alle: 9:33 AM
Autore: Fabò dei Folletti
Titolo:
La leggenda del re brigante
Un giovane mendicante, un giorno, camminava dietro la sua ombra che fuggiva
obliqua e agile al sole persecutore di quella mattina.
Quello stesso giovane mendicante, quel giorno, trovò una scatola di ghisa
chiusa da un pesante lucchetto lucente; provò ad aprirla ma la ferrigna
affiliazione al minerale custodito dalla terra e forgiato da mano umana contò
tutta la sua imperfezione di giovane mendicante.
E tutto quello che restò del suo tentativo, fu la polvere marrone sulle
sue unghie rotte.
Così viaggiò per circa cento passi .
e forse altri ne fece poiché bussò proprio alle porte del più
abile del paese.
Maniscalco di idee.
Fattucchiere del ferro.
Costui fu subito davanti al giovane mendicante;
e la scatola di ghisa ed il suo pesante lucchetto lucente fu tra di loro.
Attese e provò. Ma chiusa rimase.
Poi di nuovo e ancora. Ma sempre nulla.
Il torbido luccicare filtrato dalla cortina scura di ghisa parve sfavillare
in un sorriso.
Un sorriso di ghisa filante come la falce di un contadino prima della trebbia.
A quel punto il Paese tutto si interrogò.
Sulla scatola.
Sul suo impavido scopritore.
Sui lucchetti.
Sulla ghisa.
e sul valore dell’ultimo maniscalco del Paese.
Mancava solo il Re in Paese. e il Re, infatti, si fece avanti.
Pochi passi per mostrarsi a tutti e poi arrivò a lambire l’ombra
intera del giovane mendicante ma non della sua bocca aperta.
Il Re consegnò le sue mani in quelle del suo povero suddito che subito
gli mostrò lo scuro tra i suoi denti e gli occhi di chi non ha mai visto
.
Poi silenzio.
A questo punto della Storia il Re si tolse la corona e la afferrò con
una mano; dapprima la brandì poi, rilassati i muscoli, la lasciò
poggiare perfettamente al centro del suo palmo.
Con l’altra mano afferrò il centro dell’interesse dell’intero
Paese e di queste poche righe.
Fece così e il Paese parve sfavillare come la scatola di ghisa ed il
suo pesante lucchetto lucente.
Infine tutto si fermò.
Il Re come uno spaventapasseri mistico, con le braccia aperte e i due misteri
nelle mani.
Immobile.
Il giovane mendicante come un anziano contadino alla fine della trebbia, con
i capelli opachi mossi dal vento e le mani aperte per la troppa fatica.
Il Paese, silenzioso come una stalla a volte può esserlo.
“tutto quello che hai per quello che ho”.
Semplice da imparare, ripetere e raccontare come una preghiera.
O da cantare in una filastrocca.
Da allora il Re non disse nient’altro.
Il mendicante solo allora sorrise, mentre contava i pochi centesimi nelle sue
vecchie tasche.
Poi dette uno sguardo alla scatola di ghisa con pesante lucchetto.
che fu l’ultimo.
Da quel giorno il Regno ha un nuovo Re.
Egli indossa abiti lucenti come il metallo scuro lucidato dalle correnti del
mare ed il nero tra i suoi denti si mostra, audace e terrigno, alle dame di
corte incantate.
Da quel giorno sulle colline dello stesso Regno si conta un nuovo brigante.
Anche se il Paese non lo chiama brigante.
Si racconta del suo nobile accento e delle sue mani chiare.
Quell’uomo
pensieroso e umile
orgoglioso e superbo
vive seduto sulla sua scatola di ghisa
e aspetta…
Per maledire la sua curiosa filosofia o
per gioire del suo personale vaso di Pandora.
Questo è il racconto delle gesta di quell’uomo
che aspetta da anni, chi possa aprire il suo destino.
per renderlo di nuovo Re.
(dedicato al mio cuore di ghisa)
fabò dei folletti
::: inserito dalla redazione alle: 9:30 AM
Monday, December 02, 2002 :::
Autore: Tonino Pintacuda
Titolo: Le tre parole magiche
Ti capita quella mattina che pizzichi e spizzichi la lente a contatto senza ottenerne
collaborazione. Te la spiaccichi contro la pupilla e lei preferisce starsene comodamente
appollaiata sul tuo polpastrello. A Tonino era capitata una di quelle mattinate.
Alla fine uscì di casa col naso pesante dei suoi vecchi occhiali, le ascelle
che rilasciavano piano piano tracce di Axe e la gola ancora zuppa di collutorio.
La strada era sempre quella, s'imboccava via Morana e i piedi seguivano quel tragitto
troppo noto senza comunicare col cervello. Masticava le sue tre parole magiche
e senza neanche accorgersene era già al Liceo. Arrivava ogni giorno con
un ritardo variabile, tutto dipendeva da quelle maledette lentine. Oggi aveva
sforato di una buona quindicina di minuti, non c'era nessuno a sfumacchiare marlboro
sul marciapiede. Aveva perso tutto quello che c'era da perdere, solo le tre parole
gli restavano e per questo continuava a ripeterle, per non restare ancora più
solo.
Salutava con distacco i suoi compagni, un breve cenno alla professoressa di
turno e una scusa farfugliata prima di precipitare dentro quelle sei ore che
ti scorrevano lente e distanti. Tutti i concetti che scaccolavano fuori dalle
bocche laureate chiedevano almeno un minimo d'attenzione. Tonino restava prigioniero
della seconda fila con in testa le tre parole che piroettavano felici. I richiami
di questa o quella professoressa lo strappavano via per un solo istante, bastava
poco per ritornare lì. Nessuno lo sapeva, pensavano che era un ragazzo
strano ma niente di più. Al suo compagno di banco bastava scopiazzare
dalla sua versione di latino, ai professori che sapesse vomitare concettismi
se interpellato e riempire le colonne di un tema. La campanella della sesta
ora aveva assassinato anche quel giorno, Tonino poteva tornare da loro, era
a casa. La casa dei suoi genitori non riusciva a sentirla sua, sembrava che
quei muri lo tenessero prigioniero, lo soffocavano gocciolando ducotone. Per
andare via di lì non bastava la patente o i diciott'anni, quell'angoscia
ti avrebbe seguito sino in capo al mondo. C'era solo un modo e lui lo sapeva.
Gli bastavano le sue tre parole magiche, solo quelle.
Il pranzo era una farsa, la madre gli chiedeva cose che non le interessavano
e lui rispondeva con parole vuote e sorrisini d'occasione. Un giorno o l'altro
gli sarebbe andata di traverso la pastasciutta e rantolante, boccheggiando forse
avrebbe visto suo padre reagire finalmente a uno stimolo esterno. Poteva finalmente
alzarsi dalla tavola e scendere nella sua stanza, si rintanava lì, provava
una decina di diverse posizioni e slacciandosi le scarpe sistemava la luce ideale.
Iniziava la sua magia e sussurrava le sue tre parole magiche, sull'ultima sillaba
entrava in quell'ignoto mondo. Vagava con le orecchie piene di voci sconosciute,
schiudendo gli occhi miopi a nuove percezioni. Il cielo aveva nuove sfumature
e le nuvole lo cullavano sospirandogli la vecchia magia che aveva afferrato
da piccolo. Il tempo lì era strano, qualcosa che passava in secondo piano
e certe volte scompariva rapito da una lumaca che lo nascondeva dentro la sua
conchiglia. Altre volte un cane nero correva veloce e acchiappava tra i denti
bianchi minuti, ore, mesi. Correva lontano e scavava grosse buche in cui faceva
sparire i figli del tempo.
"Tonino è tardi! Non devi studiare? Perdi tempo prezioso!"
la voce di sua madre lo risucchiava via, lo strappava da quello strano, ignoto
mondo per riconsegnarlo alla grigia realtà. Lei aveva dimenticato quell'incantesimo,
lei che glielo aveva insegnato!
Tonino non voleva dimenticare e le ripeteva senza fermarsi come le parole di
una vecchia canzone che ti s'incollano in testa e non riesci più a scrollartele
via. Lui non voleva perdere l'unico accesso, l'unica chiave per quell'universo
di luna.
"IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE" lo diceva ed era
vero. Amava avventurarsi lungo capitoli che graffiavano il cielo del magico
mondo della lettura, adorava guadare il fiume d'inchiostro saltando di libro
in libro, arrampicarsi su per le virgolette che imprigionavano e le parole di
personaggi che si staccavano dal testo e vivevano. Non si sarebbe mai stancato
di giocare a rimpiattino con la lumaca e il cane nero dai denti bianchi, li
avrebbe cercati e non avrebbe mai svelato il loro segreto. Ancora per molti
anni avrebbe assistito in diretta a quel miracolo che si rinnovava giorno dopo
giorno, ogni volta che apriva la copertina di un libro e con la bocca traboccante
delle sue tre parole magiche avrebbe rivisto quel cielo dove gli aquiloni volavano
liberi, volavano senza fili, volavano come lui stesso riusciva a volare.
::: inserito dalla redazione alle: 8:18 AM
Autore: Pianta Antonio
Titolo: More
More.
Ancora senza te. Il canto dell'alba ha questo strano limite temporale, mentre io invece ti sento dappertutto, dentro le mie costole nuove e il loro asservaggio alla tua mancanza, che non consola. Certo una panacea fuggevole, a questo mio personalismo osceno. E una selva di nomi, presi per gradi da un computer distratto (e solo per la mia mano idiota) si affaccia e mi interfaccia. A lettera presa esce un Maritain, un Mauresing, un Moliere e un Ma un . Ma quanto sono distratta è il mio accento al dubbio, ma ,e non usa, non conta che dubbi ho. Fosse solo un macchina anch'io e sarei certa pure del mio padrone, un distratto perenne, un altro archetipo, uno qualunque, un isolato. Il nocciolo, la parte più sfinente fu, come la mia farfalla (e non al collo, tiroide senza iodio). No, quella no. È un'altra farfalla a cui adesso mancano le ali. Le hai rubate e te le sei scrollate di dosso. Immediatamente, quasi ti dessero fastidio, per il loro discorso mediato a cui tu non appartenevi. Non ti piacevo e già da allora, l'evidenza sfibrante del tuo cuore, non ha bisogno di lettere cercate. Sono daccapo e daccapo è un principio in cui non ti avventuri, perché molte volte hai incespicato, e sui tuoi valori.
Valori negati, quanti. E quanti sono coloro che ne vanno in cerca, per intere vite disfatte, un'aperta tragedia. _Portami al mare-, riesco solo a convincerti, ripetendolo nel sonno, - portami al mare-.Spero sulle onde, sul loro crudele gioco di memoria, un andirivieni catartico, quasi come ha balbettato, qualche volta ancora, il tuo sesso stanco già di buon'ora. I furbi, i furbi che non ti lasciano mai e ti assalgono repentinamente di notte. Sei senza un salvataggio, amore, per questo le tue ore hai cercato di intorpidirle con le mie. Ma i nostri colori, sono l'unica verità e si vedono da lontano, come i fari accesi sulle maree spente, maree di tempeste. -Fai giustizia da sola-, hai farfugliato mentre ti preparavo l'ennesimo squallido caffè nella nostra casa da isolati dalla dittatura. Per sola ideologia e pretesa, le tue mani e le mie sono diventate un mancato camice da chirurgo e come loro si avvolgono del turpe colore del sangue. Avevo il ciclo quella volta, e il cuore strappato che ti contagiava. Le sue esalazioni, un diverbio e poi ancora l'amore. Baciami ancora e saprò renderti giustizia. Ma mi hanno giustiziato e prima dell'alba, una lettera di sangue.
::: inserito dalla redazione alle: 8:14 AM
Friday, November 22, 2002 :::
Autore: Antonio Pianta
Titolo : E se ne andava
E se ne andava, senza un fil di fiato o dopo un’accesa litigata, di quelle per intendersi che ti poni a cospetto o di fronte ad un muro per smantellarlo solo con la forza delle tue convinzioni. L’ultima volta anche è stata così tra Elfo e Gaia. E un tempo si amavano. Insieme avevano deciso che avevano molto in comune e volevano consolidare questo segnale così tangibile da non desiderare altro che l’altro per un tempo diciamo pure emblematico, da scalfire i dubbi anche ad uno statico statistico. Ma la finezza del filo d’argento, si nota così poco un filo così quando i capelli assumono quella speciale tonalità che si dice pepata. Un inno al tempo che ti guarda e pure non se ne può stare, per forza, con le mani in mano. Elfio è da poco che ha scoperto l’amicizia, sempre serrato tra i comandi impartiti dalla sua moglie generalessa. E a lui, cresciuto in un orfanotrofio che vuoi che non facevano piacere. Per lui quei comandi, erano il distillato energetico dell’importanza che aveva lui per Gaia. Lo sapeva, ma la possibilità di essere diversi, di crescere sempre forse nella vita ci è riservata. E quella forza bruta di risa e di possanza maschia nello sbattere le carte sul tavolino da gioco del club del dopolavoro, si era inserita così bene in Elfio che erano un tutt’uno. Per questo se ne andava a farsi il duplicato della chiave universale. Per scassare in silenzio i catenacci.
La mimetica
Lucertola
È per te motto
Di spirito.
Attenta, peò, che potresti diventare
Pupilla e non vederti più.
::: inserito dalla redazione alle: 12:53 PM